25/02/2009
Le virtù del camminare
" Sono tempi duri. Tempi in cui le auto, con l’arroganza di cilindrate sempre più grosse, si muovono, spuzzando e rombando a vanvera in ogni strada, dai centri storici alle forestali più alte. Sono tempi in cui le motoslitte tritano neve gareggiando sulle mulattiere delle Alpi, surrogando la macchina che almeno lì non può arrivare.
Sono tempi in cui chi cammina a piedi è visto strano, con sospetto. Perché chi va a piedi lungo le strade d’Italia, d’Europa, sono i migranti, i poveri, i diseredati. Mala tempora currunt, dicevano i latini in questi casi. Ma il cammino rimane l’attività più antica e naturale dell’uomo, anche se i più l’hanno scordato. Il cammino è fisico e spirituale, porta da qualche parte o da nessuna, è fine a se stesso, ma non perde nobiltà.
Il mio ricordo più forte di cammino è già vecchio di vent’anni, ma non ha perso la forza che ha avuto allora. Un cammino lontano, che cercava avventura o forse solo rarefazione: di case, di strade, di gente. Eravamo stanchi di densità. E il cammino scioglie la densità, allunga le ore, stira i pensieri.
Eravamo in quattro, di breve conoscenza ma con idee chiare in testa. Avevamo deciso di investire tutta la nostra passione e incoscienza – in egual misura – in quel viaggio. Il primo ricordo che mi viene è la stanchezza. Una stanchezza fisica assoluta, bella, pura. Una stanchezza che faceva prurito al cuore. La stanchezza che viene dopo un esodo, un pellegrinaggio. E quello, pure se fatto con gli sci ai piedi, era stato un pellegrinaggio: centotrenta chilometri sul ghiacciaio più grande d’Europa. C’era molto di spirituale. Intendiamoci, nessuna folgorazione sulla via di Damasco. Epperò… Quel cammino ci ha cambiato la vita, portando ognuno di noi a scegliere il vivere libero del viaggio, della natura, della rarefazione.
Perché questa è la virtù del camminare: sciogliere la densità dei pensieri. Mentre si cammina, con o senza zaino, con o senza sci, con o senza slitta attaccata ai fianchi, i pensieri si allineano e si chiariscono. Non c’è l’affastellamento in bilico delle giornate di lavoro. L’incrostazione dei dubbi, delle rabbie, delle angosce si scioglie come calcare in aceto, mentre col sudore si espellono il rancore e la fretta. Si scambiano gli umori del corpo con la tranquillità dell’anima: un bilancio sempre in attivo.
In quel viaggio islandese abbiamo vissuto anche momenti tesi, duri. Ma è stato quando il cammino si è interrotto, compresso dalla bufera per tre giorni tra i teli delle tende ghiacciate o tra le lamiere di una piccola vettura, goffa su piste di roccia nera.
Cammino spesso lungo i sentieri himalayani e lì, passo dopo passo, trovo sempre casa. È una sensazione meravigliosa quella di sentirsi a casa in luoghi lontani. Dà sicurezza e tranquillità, dà pace. E solo camminando si può provarlo. Perché il cammino è lento, e facilita gli incontri, dà il tempo di parlare, di esercitare la curiosità. È bello in un viaggio himalayano osservare la progressiva riduzione dei mezzi di trasporto; parti in aereo e alla fine rimani con la dotazione di serie: i tuoi piedi. Quale altro mezzo potrebbe mai dare le stesse sensazioni, consentire le stesse felicità oltre ai nostri piedi? Nessuno. Solo i piedi che consentono il cammino. Leggete l’elogio dei piedi di Erri de Luca e capirete molte cose.
Il cammino in Himalaya ti affianca all’alpinista estremo, teso alla conclusione del suo proprio cammino, la vetta. Ti affianca al trekker duro e puro, con zaino da venticinque chili e fiato a debito. Ma ti affianca anche al portatore, secco di muscoli e sole, coi suoi ottanta chili di legno sulle spalle. Ti affianca allo sherpa d’alta quota, sei volte in cima all’Everest, niente gloria, solo un mestiere. E ti fa capire l’altro mondo, quello delle vite in cammino per necessità, dove il solo piacere è la cessazione della fatica. Dove non tutti i passi sono felicità e quiete. Come accade alle donne Himba o San dell’Africa australe, cariche di otri e chilometri sulla testa, per trovare l’acqua.
Perché il cammino da sempre è anche sofferenza, basta una foto di Salgado per capire: gli eserciti in marcia, gli esodi biblici, i viaggi dei profughi, rimbalzati da un paese all’altro, le ritirate di Russia, i ritorni degli internati all’apertura dei campi di sterminio. Perché il cammino ha questo che lo rende unico: è parte ancestrale dell’uomo, come la fame, l’istinto di sopravvivenza, la vita stessa.
Per questo i giorni dell’uomo sono diventati un inferno di frenesia, violenza, accumulo. Si è lasciata la naturale rarefazione orizzontale del cammino, i suoi incontri lenti e curiosi per scambiarli con l’addensamento verticale di oggetti inutili, situazioni, persone.
Ed è sempre per questo che un evento piccolo ma prezioso come Passoparola, con i suoi cammini fisici e spirituali – nel senso più ampio del termine – cerca di ridare fiato a una categoria sempre più ampia di persone. Persone che rifiutano di scambiare la propria serenità con poche perline di apparenza. Che cercano, anche in un gesto semplice come il camminare, di lasciare un piccola, naturale traccia del proprio passaggio terreno."
| Manuel Lugli |
Messa nel cassetto una laurea in medicina, dopo anni di attività personale sulle montagne del mondo, ma soprattutto in Himalaya, Manuel Lugli trasforma la passione in un mestiere e da oltre 13 anni, con la sua agenzia Il Nodo Infinito, si occupa dell'organizzazione logistica di alpinismo, trek e viaggi nel mondo. Con una particolare specializzazione su Nepal, Tibet, Pakistan, India, Cina e repubbliche asiatiche. A questa attività, affianca la passione dei reportages, collaborando in maniera regolare, con foto e testi, con siti e riviste specializzate.
23:11 Scritto da perdersy in Trekking | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: trekking, camminare, manuel lugli | OKNOtizie |
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17/08/2008
Inquietanti sorprese durante un’amena passeggiata in campagna
Puntualmente, ogni volta che devo preparare un trekking per l’associazione di cui faccio parte, mio marito è in Cina per lavoro ed io mi ritrovo a fare le ricognizioni in completa solitudine. La cosa più pesante del fare le ricognizioni da sola è il pensiero di doverle fare, ma quando ci si accorge che il tempo che rimane per la preparazione si accorcia di giorno in giorno, non ci sono più scuse che tengono, bisogna andare.
Ecco perché questa mattina mi sono alzata con in testa già pronta l'idea d'iniziare oggi la preparazione del trekking che dovrò condurre il prossimo 5 ottobre, e che mi vedrà scarpinare nei colli di Bevagna, tra natura e antichi borghi; preparato quindi il mio zaino di tutto punto (macchina fotografica, panini, frutta, un litro e mezzo di acqua, carta e penna per prendere appunti sul percorso, orologio per i tempi), senza indugio mi sono messa in macchina per raggiungere le amene colline digradanti sulla Valle Umbra.
Arrivata al punto dove avevo deciso d'iniziare la ricognizione, gioiosamente ho pensato < finalmente un percorso da farsi in collina, finalmente c’è la possibilità di incontrare qualche anima viva alla quale poter chiedere informazioni! Cribbio, nell’ultimo trekking che ho preparato, in un alto crinale completamente ricoperto di boschi, non ho incontrato neanche un raccoglitore di funghi (ma forse non era il periodo giusto), un pastore (in effetti non c’erano pascoli), un tagliaboschi (il momento della tagliata era passato) un eremita ( simili vocazioni sono un po’ in disuso) il matto del villaggio (quello effettivamente è meglio che resti in paese) , nessuno, neanche un cristiano a cui chiedere da che parte andare per andare dove dovevo andare > (vi ricorda qualcuno?).
Canticchiando mi sono inoltrata in un sentiero che secondo il mio fiuto escursionistico andava in direzione di quella che sarà la prima tappa del trekking, il ridente castello di poggio oggi denominato Castelbuono; iniziato il cammino mi sono subito resa conto che in quel tratto il paesaggio circostante non è certo una gran cosa, non c’è panorama, purtroppo ci sono molti alberi bruciati dagli incendi, gli oliveti non sono nulla di speciale ed il terreno è pieno di sterpaglie; < va bene, cosa ci posso fare > mi sono detta tra me e me ____ d’altra parte solo tra me e me potevo dirlo _________ < mica la natura può essere sempre un incanto, anzi meglio iniziare subito con il brutto così ce lo togliamo dalle scatole prima possibile >
Immersa in questi pensieri stavo procedendo con passo veloce lungo il tratturo, quando all’improvviso ho sentito avvicinarsi un rumoroso abbaiare di cani. < non ce l’avranno mica con me > ho pensato, < non mi hanno neppure vista, e poi io ho paura dei cani da quando piccolissima un pastore tedesco mi si avvicinò rabbioso e ringhiante perché voleva rubarmi la merenda >. Ad una frazione di secondo da quest’ultima considerazione ben cinque cani hanno riempito il mio orizzonte visivo per poi piombarmi letteralmente addosso: semiparalizzata, immobile nelle gambe, ho alzato le braccia verso l’alto cercando di mettere al riparo dalle zanne i miei arti superiori completamente indifesi da qualsivoglia vestizione, mentre per gli arti inferiori ho riposto tutta la mia fiducia nella buona stoffa dei miei pantaloni da trekking.
Istintivamente ho iniziato a lanciare dei flebili sos di aiuto nella speranza che qualche anima gentile potesse materializzarsi davanti ai miei occhi, ed in mancanza di questa magari tutti i folletti, gnomi, elfi e fate del bosco lì accanto, il tutto cercando di ignorare il più possibile, almeno apparentemente, il cane nero come la pece che mi abbaiava da sotto la mia ascella destra abbarbicato con le sue zampe anteriori alle mie costole, un altro che mi sbarrava la strada ___ ma tanto chi si muoveva __ ben puntato sulle sue quattro zampe, mostrandomi senza ritegno i suoi canini affilati, un altro ancora che contrapponeva la spinta del cane di destra, abbarbicandosi al mio fianco sinistro, uno che sentivo abbaiare alle mie spalle facendomi temere per il mio didietro, ed il quinto cane che, non trovando uno spazio dal quale ringhiarmi in quanto quelli di maggior prestigio erano già tutti occupati, se ne andava avanti e indietro come un indemoniato.
Ora, pur non essendo io esperta di questo tipo di mammifero domestico, sempre per il motivo di cui sopra, nondimeno in un momento di lucidità mi si è fatto ben chiaro in mente che avevo a che fare con tipici cani da caccia, e che pertanto nei paraggi doveva pur esserci il cacciatore che sarebbe venuto a salvarmi come nella favola di Cappuccetto rosso.
E infatti il cacciatore è arrivato, grande , grosso, autoritario e perentorio, giusto in tempo a sottrarmi da una imminente crisi da, “angoscia per l’estraneo”, “mania di persecuzione”, “senso di abbandono”.
Ripreso il controllo di tutti i miei sensi e soprattutto di quello dell’ orientamento poiché nessun altro essere vivente ho incrociato dopo gli incontri prima descritti, scarpinando scarpinando sono infine giunta in una collina dalla quale lo sguardo può spaziare in ogni direzione sulla Valle Umbra e sul sottostante abitato di Castelbuono, la cui vista dall’alto, con il suo pugno di case completamente racchiuso da boschi rigogliosi e prosperosi oliveti, è quanto di più ameno si possa immaginare.

Soddisfatta mi sono avviata frettolosamente incontro al paese che mi ha accolto completamente silenzioso, con le sue case di pietra, le sue antiche vie ugualmente in pietra, le sue maestà, alcuni tratti delle antiche mura perimetrali, un gatto che sonnecchiava all’ombra di un olivo, ed i resti di una torre di avvistamento.
Ed è proprio in questa torre di avvistamento che è terminato il sentimento di pace e beatitudine che fino a quel momento mi aveva ispirato l’antico borgo: nel bel mezzo dei suoi resti, a mezz’aria, spiccava infatti (e sicuramente spicca tutt’ora), una grande bambola di stoffa nella tipica posizione della crocefissione, sorretta e trafitta da un’asta metallica che entrando dalle sue parti intime sbuca nel bel mezzo della testa per un buon venti centimetri, terminando con una bella punta affilata.

Gettato un ulteriore sguardo all’ambiente circostante ho notato la presenza di altri strani oggetti, degni di uno stravagante rigattiere, ma nulla a che fare con l’immagine grottesca della bambola che ha tanto il sapore di un’esasperata misoginia.
Dopo un ulteriore giretto per il paese dalle cui case serrate (oramai tutte seconde case) non proveniva alcun rumore di presenza umana, i miei occhi sono incappati in una finestrella dalla quale si intravedevano strani tendaggi ed una inquietante lampadina accesa. Collegare l’abitante di quella sinistra dimora con la bambola vista poco prima è stato quanto di più veloce la mente umana possa fare nell’elaborazione di un pensiero, e di buon grado, velocemente, mi sono allontanata da quel Castelbuono al quale tanto gioiosamente ero andata incontro, e che doveva essere il coronamento di una tranquilla passeggiata in campagna.
23:36 Scritto da perdersy in Trekking | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: trekking, un po' di me, storie, misteri | OKNOtizie |
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