24/02/2009

Birmania: un popolo dimenticato

 

Marzo 2007

Dalla lettera inviata al gruppo di lettura Amichedeilibri

"In buona salute (io, Alfia, e la mia amica Simona) venerdì scorso siamo tornate dalla Birmania,  e già questo è un buon risultato visto che abbiamo fatto la gincana fra mesdames  febbricitanti ed  une matrone affetta da tubercolo costante!!!

Mentalmente sono ancora in volo,  e domani in ufficio dovrò mettere le zavorre ai piedi per atterrare nel fascio di carte che nel frattempo si saranno accatastate sulla mia scrivania!

Il mio bioritmo è ancora sintonizzato con il sud est asiatico e alle tre di notte mi sveglio puntualmente,  pronta per iniziare la giornata; focalizzato il fatto  che fuori è ancora buio pesto e che tutti riposano nell’oscurità del fuso orario dell’Europa Centrale, non mi resta che abbandonarmi ai ricordi delle giornate birmane appena trascorse.

Davanti ai miei occhi sfilano i volti sorridenti dei bambini incipriati di thanaka, i corpi affusolati delle donne stretti nei seducenti longyi, i ragazzi dai torsi nudi che a colpi di mazza assottigliano l’oro sotto l’occhio vigile del padrone,  il monaco bambino dallo sguardo malinconico, il monaco ragazzo, bellissimo nella sua tunica arancione, composto e assorto nell’ottuplice pensiero buddhista.                  

Un  popolo dimenticato nell’isolamento imposto  dalla dittatura militare, costretto ad una vita miserevole nella quale perfino lo shampoo è un lusso troppo grande da potersi permettere, e nonostante questo sempre sorridente, composto e rispettoso senza essere ossequioso, attraversa continuamente la mia mente in un susseguirsi di fotogrammi che hanno il fascino di un mondo paradisiaco dove il tempo sembra essersi fermato,  ed insieme il dramma della povertà, dello sfruttamento, della mancanza  dei più elementari diritti umani.

La magia delle centinaia di pagode dell’antica Pagan, l’atmosfera unica dei monasteri di  Mandalay, il paesaggio  seducente del lago Inle, la spiritualità che si respira ad ogni passo nella Shwedagon Paya di Yangon, si alternano continuamente al ricordo delle parole amare,  con le quali  la nostra guida ci ha confidato che a primavera fuggirà dal suo paese per dare un futuro alla sua famiglia, consapevole del fatto che sarà un viaggio di sola andata

Un grazie pubblico a Simona per avermi proposto questo viaggio in un paese bellissimo, penetrante e magico  pur nella sua tragicità, certamente indimenticabile."

 

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15/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

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17/07/02

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Partenza per Windhoek: 8 ore di viaggio per circa 550 Km.  Il Nomade finalmente guida con veri occhiali da sole grazie all’Alberto che glieli ha regalati: _____tanto erano del nostro amico Roberto!_______   Naturalmente non è mancato il pipistop, la sosta relax, ed il pranzo picnic.
Ad Okahandja ci fermiamo per visitare il mercato artigianale permanente e dare sfogo alle classiche spese turistiche: sculture di legno e piccoli oggetti d’uso domestico caratterizzano la mercanzia esposta nelle bancarelle. Quando stiamo per arrivare a Windhoek cominciamo ad abbacchiarci: anche questo ultimo giorno sta per finire.  Very ed io abbiamo il magone.
Arrivati in Hotel ci ritiriamo in camera per scrivere il bigliettino di saluto al Nomade. Prepariamo anche un pacchetto regalo contenente tutti i generi di prima necessità che lui ci ha ripetutamente scroccato durante il tour: fazzolettini di carta, gomme da masticare, sigarette, biscotti, cioccolate...insomma, per dirla con le sue parole,   tutto ciò di cui  avrà di bisogno” almeno per le prossime 24 ore.

A cena andiamo in un locale tipico, e prima dell’ordinazione gli offriamo tutti i nostri regalini, la mancia, e soprattutto la nostra lettera di saluto (per noi la più importante, chissà per lui?).
Ci emozioniamo tutti, e per Il Nomade è d’obbligo il  discorso d’addio: mi chiedo “sarà il replay di tanti altri discorsi in situazioni simili?” Anche se lo fosse (visto che il suo vocabolario non è molto ricco) siamo tutti convinti che ci lascia con dispiacere!!

La serata termina con l’ultima partita a carte prima della buonanotte, ovviamente a botta.

Ore 23.30 tutti a letto: è tardissimo per la prima volta in Namibia, di solito andiamo a dormire con le galline.

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18/07/02:
Appuntamento per la colazione da fare tutti insieme, e successiva  partenza per il viaggio di rientro in Italia.

Quando entriamo in aeroporto non siamo ancora pronti per scendere dal pulmino, almeno io, e chiedo al Nomade di fare un altro giro del parcheggio (mitica richiesta dice Very). Lui non crede alle proprie orecchie, ma con suo stesso stupore si presta e riparte per gli ultimi minuti in pullman: “Non ci posso credere ragazzi che sto facendo questo, è la prima volta che mi succede, giuro!”.

Facciamo subito il Chek-in e poi ce ne andiamo al bar per l’ultima sosta relax insieme al Nomade, con il quale sono d’obbligo anche le foto ricordo _____tanto dobbiamo finire i rullini!_____
Dopo il tè non poteva mancare l’ultima partita a botta con scontro finale tra me ed Il Nomade: ovviamente  perdo io.

Prima dell’ingresso al gate ci salutiamo con baci, abbracci, pianti: le lacrime si sprecano, Very è una fontana inesauribile. Anche Il Nomade non scherza come emozione, e ci segue con lo sguardo fino all’ultimo momento.

A Johannesburg prima sosta relax al bar senza Il Nomade.
Arriva anche il momento di salutare Micky, lei se ne va direttamente a Milano mentre noi di nuovo a Francoforte e poi Roma.
C’imbarchiamo: ci aspetta una nottata pessima, e alle quattro del mattino già iniziano a distribuire la colazione. A Francoforte grande corsa per trovare il gate del volo che ci deve portare a Roma. Il tempo a disposizione è pochissimo, e per fortuna che a Johannesburg ci hanno fatto la carta d’imbarco.

 Poiché sono arrivata alla pari con il racconto e c’è ancora tempo, io e Very  abbiamo deciso di commentare ora il viaggio. Lei però mi abbandona  subito poiché si deve fare le sopracciglia, e così scrivo da sola.

Descrivere le emozioni che abbiamo provato è difficile in quanto sono talmente profonde che qualsiasi parola sembra inadeguata ed il rischio è sempre quello di finire nel sentimentalismo. L’Africa che abbiamo visto è quella degli spazi infiniti fuori dal mondo, zone completamente isolate da tutto ciò che è tecnologia, dove la natura è la realtà predominante e incontrastata, e dove la vita mantiene intatta la sua dimensione umana, quell’autenticità che noi occidentali stiamo abbandonando, imprigionati come siamo in ritmi stressanti nei quali perdiamo di vista persino la nostra individualità. Nel nostro mondo civilizzato il consumismo ha creato un appiattimento generale delle menti e dei modi di vita, con la perdita della coscienza di noi stessi.
L’Africa australe mi ha lasciato la certezza  che ogni essere umano è un’identità in cui l’unica simbiosi vera è quella con la natura di cui è figlio e che è tale in qualsiasi parte del mondo ci si possa trovare. Tutto il resto sono degli addentellati in cui la casualità della vita ci ingloba e di cui non sempre siamo consapevoli. E’ la paura primordiale legata all’atavica lotta per la sopravvivenza che ci tiene inchiodati ai legami che ci si costruiscono intorno. In realtà potremmo essere noi stessi ovunque. Sentire che la prima e unica verità è quella d’essere parte del creato e che tutto il resto è relativo, è questa la vera grande libertà.

Ovviamente questi sono i miei sentimenti.
Alfia

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13/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

 Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

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16/07/02

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 Alle 6,30 entriamo puntuali nell’Etosha; giriamo per circa tre ore senza vedere neanche un animale, tanto perché, come ha detto ieri  Il Nomade, di buonora si hanno  maggiori possibilità d'incontrarne! E ci siamo alzati all’alba per questo!
Dopo un piccolo relax nel campo di Halali, al centro del parco,  ripartiamo un po’ scoraggiati: abbiamo già consumato tre quarti della mattinata e non è successo nulla. Poco dopo non possiamo credere ai nostri occhi, una pozza d’acqua è piena d’animali: zebre, tre giraffe, gazzelle (queste non mancano mai), faraone, piccoli uccelli dai colori molto brillanti nelle sfumature del blu e del giallo, insomma una moltitudine d’animali, veramente una scena bellissima.

34___A34.JPG Dopo riprese, foto, commenti, ed esclamazioni di gioia, si riparte per altre vie. Ad un certo punto ci troviamo in una stradina piena d’inconfondibile cacca d’elefanti (affettuosamente chiamati Ele), la quale sembra anche abbastanza fresca. Percorriamo qualche chilometro vedendo solo cacca e se c’è la cacca, per di più fresca, ci devono essere anche i legittimi proprietari! Giriamo ancora a vuoto _________ stiamo quasi perdendo le speranze _________quando un’inchiodata del Nomade ci fa girare la testa verso tre bellissimi Ele  perfettamente mimetizzati nei fitti arbusti grigi e spinosi della boscaglia. Avanzano lentamente verso di noi, ed attraversano la strada proprio davanti ai nostri occhi, permettendoci di osservare tranquillamente la loro imponenza (Very dice il loro splendore!).

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Ripartiamo pensando che oramai la mattinata si concluda con questo colpo di fortuna.
Poco dopo tre giganteschi kudu c’invogliano a fermarci di nuovo: vogliamo ammirarli con calma (il tempo non manca).

Ci sono anche zebre e gazzelle. Notiamo che tutti gli animali  guardano nella stessa direzione e che sono praticamente immobili. L’Alberto riprende la scena con la sua Super 8; ad un certo punto un animale particolare attraversa l’obiettivo e lui esplode in un’entusiastica esclamazione di sorpresa: “un leone, eccolo, un leone, l’ho visto dentro la telecamera !!!!!” Finalmente uno dei  340 esemplari rimasti di Pantera Leo è davanti ai nostri occhi !!! solo 340 su oltre 22.000 kmq di parco!!!! Un colpo di fortuna non c’è che dire.
Incredibile, non ci speravamo proprio più!! Ed Il Nomade: “ è un leone, zitti, fermi, forse vuole fare caccia, zitti, state zitti, fermi”. Lui ovviamente si eccita più di tutti e vuole il binocolo (neanche a dirlo, il nostro). Il leone si avvicina, lo vediamo camminare agitato fra i cespugli, forse ha fame. Gli altri animali sono tutti immobili e guardano dalla sua parte. E’ una scena bellissima, di quelle che abbiamo sempre visto nei documentari e che ora osserviamo nella realtà.
Sembra impossibile, ed è veramente una grande emozione. Delle zebre scappano non appena il re della savana esce allo scoperto, anche se in realtà egli non sembra particolarmente interessato a loro. Ad un certo punto lo perdiamo di vista con nostro gran disappunto: ci dispiacerebbe troppo che sia già finita.

LEONE.JPGInvece Pantera Leo ha attraversato la strada alle nostre spalle, e  Simone riesce ad  individuarlo: immediata retromarcia del Nomade (sulla guida del mezzo non gli si può proprio dire nulla), ed eccolo, ce l’abbiamo proprio davanti, attraversa di nuovo la strada una, due, tre volte. Il suo manto, la sua bellissima criniera, i suoi movimenti regali, risaltano nel bianco polveroso dello sterrato. La nostra emozione è alle stelle: anche Il Nomade finalmente sembra mostrare un autentico entusiasmo per questa scena africana.
Infine s’inoltra definitivamente nella boscaglia, scomparendo dalla nostra vista. Attendiamo pazienti, “speriamo che vuole cacciare” dice ripetutamente Il Nomade: non si tiene, è più eccitato di noi!.
Pensiamo che se ne sia andato definitivamente, anche se notiamo che gli animali mantengono un atteggiamento sospettoso e vigile. Stiamo perdendo la fiducia quando lo sentiamo ruggire più volte. Resta il fatto che la speranza che lui cacci si spegne dopo circa venti minuti che aspettiamo. Poi, a mente fredda, non è difficile ricordarsi che sono le femmine a cacciare, così pensiamo che i ruggiti eccitati lanciati dal nostro amico potevano essere un richiamo per le sue compagne.
Ce ne ritorniamo al lodge veramente emozionati per quello che abbiamo visto, ed il mal d’Africa cresce in maniera esponenziale.
Dopo pranzo abbiamo davanti un pomeriggio di vero relax.
Solo intorno alle quattro, quando il sole sta calando e la piscina è quasi completamente in ombra, Veronica  e Alberto decidono che è ora di fare un bel bagno. L’Alberto  ha difficoltà ad immergersi subito, ed improvvisa un balletto africano con influenze occidentali per scaldarsi un po’. Very invece si tuffa di botto, e la mimica della sua faccia mentre cerca disperatamente di reagire al gelo dell’acqua è di uno spasso incredibile. Alla fine anche L’Alberto si tuffa,  seguito dal Nomade e da Simone. Miky ed io preferiamo  gustarci  la scena nel tepore degli ultimi raggi di sole. 
A cena siamo tutti un po’ tristi. Domani sarà l’ultimo giorno in Namibia.

 

 

12/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

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Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

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15/07/02

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Oggi si parte dal Naua Naua in direzione dell’Etosha.

Tra poco entreremo nel più grande parco del continente africano, ed uno  dei primi parchi naturali del mondo. Esso risale ai primi del novecento, e nasce dalla volontà di un governatore tedesco di proteggere la fauna dalle campagne di caccia selvagge e sterminatrici. Le sue grandi dimensioni rendono più difficile l’avvistamento degli animali meno popolosi  come i felini e gli elefanti.  Entriamo nel parco intorno alle nove  e subito c’imbattiamo nelle giraffe: ne vediamo a decine nella boscaglia. Anche le zebre non mancano, anzi, direi che ce ne sono a centinaia: hanno dei posteriori bellissimi, sodi e rotondi. Ovviamente c’è anche tutta la famiglia dei bovidi, ovvero antilopi, gnu, orici, dik dik, gazzelle, impala ecc

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Pranziamo all’interno del parco in una struttura ben protetta da un’alta recinzione. Alle due del pomeriggio Il Nomade ci fa alzare dal tavolo per fare il giro delle pozze


All’inizio nulla, poi incontriamo alcune giraffe proprio ai bordi della strada dove sono occupate a gustarsi le foglie degli arbusti spinosi, il loro pasto preferito. Il nomade si avvicina a velocità minima e loro non scappano: così le possiamo ammirare a solo qualche metro di distanza. Sono proprio bellissime, eleganti e nello stesso tempo simpatiche con quei loro buffi musi. Il Nomade c’insegna a distinguere le femmine dai maschi: quest’ultimi semplicemente hanno le macchie più scure.
Poco dopo attraversiamo un tratto dove ci sono innumerevoli alberi sradicati ed evidenti cacche d’elefante.  Very comincia ad agitarsi e li evoca di continuo: poco dopo l’Alberto li avvista nei pressi di una grande pozza d’acqua. Ci avviciniamo, ed Il Nomade raccomanda a tutti il silenzio: si sente solo lo scatto delle macchine fotografiche ed i nostri commenti sommessi. Due elefanti  avanzano verso di noi per attraversare la strada, e così possiamo osservare da vicino  il loro buffo modo di asciugarsi spruzzandosi addosso la terra che riescono ad alzare con  la proboscide All’interno del pulmino si  crea un’atmosfera d’ammirazione silenziosa ma dura poco: quasi subito L’Alberto  irrompe con  uno dei suoi tipici commenti “ma che se spruzza il borotalco?!!”

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 Prima di lasciare il parco abbiamo occasione di osservare anche alcuni sciacalli ed una iena.
Ce ne usciamo che sono quasi le cinque di sera, completamente soddisfatti.
Arrivati al lodge  ci intratteniamo  a vedere il filmino girato fino ad oggi da Alberto; ci siamo tutti tranne Il Nomade che si è ritirato nella propria stanza: ci raggiunge dopo circa mezz’ora proprio nel momento in cui stiamo vedendo la sua abbuffata d’ostriche: disgustato ci obbliga a trascinare la pellicola più avanti. Se farà altre gite in barca, come immagino che farà, sicuramente saprà cosa non mangiare

Alle 21.30 tutti a letto: domani mattina sveglia alle 5, in tempo per entrare alle 6.30 nel parco, con la speranza di vedere qualche felino.

11/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

 

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Domenica 14/07/02

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Sveglia ore 6.30, tanto per cambiare.
Questa mattina Il Nomade sembra tornato in piena forma.

Andiamo a vedere la “foresta pietrificata”, nome improprio poiché c’è veramente poca cosa, comunque ogni manifestazione della nostra amata terra, anche la più esigua, è sempre uno spettacolo unico. Come scrisse Goethe nel suo Viaggio In Italia: “La natura è sempre l’unico libro, di cui ogni pagina abbia un grande contenuto”.


Si riparte in direzione nord.

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Arriviamo al lodge Naua Naua in tempo utile per il pranzo: è un posto bellissimo,  fuori dal mondo, gestito da un africano bianco e da sua moglie australiana. Lui è veramente un uomo affascinante: alto, biondo, senza un chilo di troppo, fuma la pipa e va in giro con il coltello appeso alla cinta. Dopo pranzo ci gustiamo un momento di relax in piscina. Ancora una volta abbiamo un approccio con il silenzio quasi totale, disturbato ogni tanto solamente dal canto degli uccelli, da qualche verso di zebra che echeggia in lontananza, e dai movimenti di Very che proprio non riesce a stare ferma.  Sembra veramente di essere in paradiso, in simbiosi con la natura, ed in pace con il mondo.

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Alle 16.30 si parte per andare a vedere i ghepardi che vivono nella proprietà del Naua Naua   in condizioni di semicattività. Per attirarli nel punto dove ci fermiamo con la jeep hanno legato ad un tronco d’albero dei pezzi di carne fresca. In questo modo non se ne vanno e sono costretti a mangiare il loro pasto davanti ai nostri occhi. Questi felini sono degli animali veramente affascinanti, di un’eleganza unica. Il loro corpo è lungo e flessuoso, così pure le loro zampe, e sembra che riescono a raggiungere i 112 km/h. Tra i felidi non li batte proprio nessuno, sotto ogni aspetto.

Very nella foga di fotografarli non vede dove si appoggia, e trasforma la sua graziosa canottiera in un asciugamano da carrozzieri: “Poco importa” sentenzia appena se ne rende conto, “tanto ne ho una valigia piena !” Miky  fa un vero e proprio servizio fotografico, ed il religioso silenzio imposto dalla circostanza risuona solo dei suoi scatti.

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Quando la carne sta per finire, e quindi anche lo spettacolo, si parte in direzione di un’altura per godere di un panorama stupefacente. Assistiamo al tramonto su un paesaggio da sogno, il mondo alla fine del mondo, il mondo all’inizio del mondo, puro, essenziale, unico e irripetibile.

 

 

 

   

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A cena l’ambiente è familiare, caldo ed   accogliente,  per non parlare del nostro ospite; anzi, dice Very, parliamone! Lui cena con noi, e mentre fa conversazione con Il Nomade, io e Very  c’inebriamo della sua voce  calda e profonda. Veronica  tira sospiri a non finire e sogna notti namibiane da trascorrere nel letto spazioso del lodge, con i veli fluttuanti nella leggera brezza serale, tra sussurri e turbamenti.

Dopo cena ci ritiriamo tutti nel terrazzo del salotto che è comune alle nostre stanze, ansiosi di ammirare il cielo: le stelle così intense, dense, vicine, così straordinariamente visibili, io credo sia un dono della vita poterle vedere. Da noi è impossibile, anche nel punto più buio dei nostri monti.   Il generatore è spento, e siamo nell’oscurità più completa. Proviamo tutti a stare zitti per goderci ancora di più lo spettacolo: siamo in contatto con il grande mistero dell’universo, mai come ora così tangibile. La via lattea è lì davanti ai nostri occhi, così evidente che sembra di poterla toccare semplicemente allungando una mano, e le stelle sono così luminose da togliere il fiato. E la luna? dimenticavo la luna che sta calando: è di un colore così intenso che sembra quasi rossa, ed è grande, immensa, molto più grande di quanto siamo abituati a vederla in Italia.  L’unica che non riesce a stare zitta a lungo è Very: forse ogni tanto pensa al nostro ospite e non riesce a far calare l’adrenalina accumulata durante la cena.
Alla fine è lei che ci richiama nel salotto, dove finiamo per giocare a carte, e precisamente a botta. Una botta veramente micidiale la prendo io dal Nomade, che quasi mi sconquassa la mano destra. Fortuna che poi rimedia con un bel massaggio.

  

10/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

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Sabato 13-07-02
 

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Colazione ore 7.00. Troviamo Il Nomade completamente debilitato, uno straccetto. Continua a bere acqua e limone e mangia solo una banana. Il nostro sentimento d’umana compassione è tutto per lui. Ma durerà poco: mentre ci allontaniamo da Montejo vediamo vicino alla strada, ma proprio lì a portata di occhi, di foto, e di telecamera, alcune bellissime giraffe che si gustano un’acacia, e lui che fa? Non si ferma, ma proprio veramente non si ferma, e neanche rallenta!!
Dentro la riserva le abbiamo viste molto da lontano, proprio una macchia in mezzo agli alberi, ed ora che per la prima volta nella nostra vita (quelle viste negli zoo non contano) le possiamo osservare così da vicino, nel loro ambiente naturale, ce le vediamo scorrere velocemente davanti ai nostri occhi ed allontanarsi come un fuggevole miraggio. Io e Very ci guardiamo sbalordite da tanta indifferenza ai nostri sentimenti di appassionate viaggiatrici.
Poi per calmarci ci diciamo che sicuramente al parco Etosha avremo altre occasioni, e alla fine ci rassegniamo. Magari Veronica non proprio, visto che ha continuato a rivolgere brutti segni in direzione del Nomade per molto
tempo ancora!

Dopo circa un’ora, solita sosta per pieno di benzina e pipistop. Quando si riparte Il Nomade sembra tranquillo, e pensiamo che il peggio sia passato. Come non detto, dopo poco si ferma, e lamentando ancora insopportabili dolori alla pancia, chiede il cambio alla guida del mezzo  spostandosi nel sedile del passeggero. Simone lo sostituisce senza il minimo cenno di titubanza e noi restiamo tutti in ogni caso tranquilli: la strada è dritta, asfaltata, e praticamente deserta, e fidiamo nel fatto che il Nomade tenga d’occhio almeno eventuali cambi di direzione. All’improvviso  si sdraia sopra il frigorifero posto in mezzo ai due sedili anteriori; Miky si agita al primo bivio che incontriamo e che ovviamente ignoriamo,  cerca invano la cartina, e mentre si stava pensando che forse era il caso di disturbare il malato, lui riacquista la posizione seduta che ci tranquillizza. Poco dopo chiede di tornare al suo posto “in quanto ci aspetta un lungo tratto di strada sterrata” : le nostre ansie si placano.

 Arriviamo a  Twyfelfontein per il pranzo.
Il lodge è molto affascinante, in classico stile africano, con struttura in legno e copertura in paglia. Costruito a ridosso di una parete rocciosa alla quale si è in gran parte conformato, è veramente molto  suggestivo. La temperatura è elevata, sicuramente la più alta da quando abbiamo iniziato il viaggio. In un angolo notiamo una graziosa ed assolata piscina, peccato che i suoi dintorni piacciono molto anche ai topi di montagna!

Alle ore 15.30 si parte per andare a vedere le incisioni rupestri: Il Nomade viene in ciabatte, giacché ha in mente di  restarsene comodamente a valle ad aspettarci. Alla biglietteria scopriamo che gli accompagnatori autorizzati sono tutti impegnati con altri turisti, e lui  è così costretto ad inerpicarsi con noi sulle rocce.
Dopo il primo tratto di salita recuperiamo una guida ed invitiamo Il Nomade a tornare al pulmino, non vorremmo proprio averlo sulla coscienza per sfruttamento delle sue prestazioni professionali! Ma la pigrizia iniziale oramai è superata, l’arrampicata ha stimolato l’adrenalina, ed egli decide di restare.

 

incisioni rupestri 1.jpgLe incisioni sono molto affascinanti e le più antiche risalgono al Paleolitico, ovvero a circa 6000 anni fa; per lo più esse rappresentano i grandi animali della savana, soprattutto elefanti, giraffe, e leoni. Sono state realizzate su massi di roccia arenaria dall’intenso colore rosso che ora troviamo a metà scarpata ma che sicuramente provengono dai costoni più alti, dai quali devono essersi staccati per effetti erosivi; purtroppo c’è anche chi nel 1800 si è lasciato ispirare dai petroglifi, ed ha pensato di esercitare la sua vena artistica imitando le incisioni preistoriche. Ovviamente solo gli addetti ai lavori sanno notare la differenza, ma l’importante è che essa viene mostrata anche agli ignari turisti.

 La visita ci piace moltissimo: le incisioni sono molto suggestive, e non da meno è il paesaggio che gli fa da cornice con un susseguirsi di colori intensi, che poi sfumano in un orizzonte immenso.
Proseguiamo per raggiungere il letto di un fiume asciutto e lo seguiamo fino al punto in cui una riva rocciosa di basalto, per effetto dell’erosione, ha assunto il tipico aspetto a canne d’organo. Il fenomeno è lo stesso che ha generato il famoso “Lastricato dei Giganti” nell’Irlanda del nord. Siamo infatti in una zona vulcanica e ancora più avanti c’è la Burnt Mountain , la montagna bruciata, ovvero un crinale vulcanico completamente privo di vegetazione.
A cena ci accolgono canti e danze africane improvvisate dal personale del lodge, il cui scopo è quello di raccogliere laute mance: non a caso qualche turista perspicace, ma certamente un po’ spilorcio, sgattaiola via un secondo dopo la fine dello spettacolo. Very invece è commossa.
Massimo ha solo bigliettoni, ma non volendo rinunciare alla generosità partecipa ugualmente questua alla facendosi dare il resto!

 

08/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

 

 

 

 

Venerdì 12/07/02

 

 

Oggi è il compleanno di Very, ricorrenza da lei modestamente definita “festa nazionale”! Volendo essere la prima a farle gli auguri, cerco di mandarle un sms non appena mi sveglio, ma nulla da fare, non c’è linea, e così mi rassegno ad aspettare il momento della colazione. Quando passo davanti alla sua camera la porta si apre improvvisamente e lei mi si para davanti con il sorriso che le arriva fino alle orecchie  e la guancia protesa per il bacio di auguri. Alle otto andiamo a salutare Barbara che rimane a Swakopmund per la sua vacanza. Lei ha preparato una piccola festa a sorpresa per Very, veramente un pensiero carinissimo.


Alle 9.30 circa partiamo per la riserva privata di Montejo: la strada è incredibilmente asfaltata! Il Nomade si stiracchia e sembra già stanco: eppure questa notte dovrebbe aver dormito grazie a l’Alberto  che ha eliminato la fastidiosa luce del corridoio svitando tutte le lampadine!! Ma!? Già dimenticavo le ostriche, forse sono state loro a tenerlo sveglio questa volta. Ad ogni modo, quando il francese, quando la luce del corridoio, quando le ostriche, quando chi sa cosa, questo povero

ragazzo non riesce mai a fare un sonno decente!!

Durante il viaggio attraversiamo un territorio pieno di bellissimi termitai, e non riusciamo a trattenerci dalla tentazione della foto ricordo; nonostante si vada con una discreta velocità Very  riesce ad immortalarne uno, inscenando una sorta di salto agli ostacoli per evitare pali della luce, cartelli stradali, alberi e cespugli: e pensare che alla riserva di Montejo ne vedremo a centinaia, ed a distanza molto ravvicinata! Ovviamente la nostra guida non spreca le sue energie per dircelo, e sicuramente si diverte a vedere questi “coglioni” di turisti con la mania dello scatto a tutti i costi!!.     Arriviamo alla riserva con un’ora e mezza di ritardo per il pranzo, ma riusciamo a mangiare ugualmente, vigilati a distanza da un grande cuoco nero.

Il Nomade dichiara in maniera ufficiale e senza riserva di essere colpito da dissenteria ed io lo rifornisco di Dissenten: è la prima volta che vedo ammalarsi la guida in un tour, in genere è il contrario!! Il feeling con le ostriche non è che un lontano e stomachevole ricordo!!
Alle tre del pomeriggio si parte per il fotosafari. Il Nomade viene con noi, sembra stare abbastanza bene; saliamo su una specie di carrozzone aperto su tutti i lati, con i sedili disposti in modo da rendere agevole la veduta laterale. Durante il percorso, che dura circa tre ore, vediamo gazzelle, struzzi, gnu, facoceri, orici, topi di montagna, kudù, rinoceronti, da lontano due giraffe, alcune zebre.

 

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Al tramonto si torna verso il lodge e noi siamo convinti che le emozioni della giornata sono giunte al termine, invece non è ancora finita. Il carrozzone prosegue il suo tragitto fin quando un’alta palizzata ci sbarra la strada: veniamo scaricati dal mezzo e indirizzati verso un locale coperto, chiuso su tutti i lati, nel quale una fessura orizzontale alta al massimo 10/15 centimetri permette di gettare uno sguardo al bush che si estende al di là della recinzione. E’ quasi buio, e la boscaglia africana invita la nostra fantasia ai suoi misteri. Nella breve radura che abbiamo di fronte, illuminata da una debole luce, il personale della riserva ha gettato un bel pezzo di carne fresca che sembra essere la testa di una zebra. L’odore di sangue deve aver già impregnato l’aria perché poco dopo un debole brontolio rompe il silenzio. Tutta la comitiva ha il fiato sospeso; il brontolio è sempre più vicino ed il suono sempre più decifrabile: non c’è nessun dubbio, è un felino. Pochi minuti ancora e nello spazio visivo che ci è concesso compare un bellissimo esemplare di leonessa. Si avvicina, e in un attimo i suoi artigli affondano nel grosso pezzo di carne per trattenerlo in una presa ben salda, mentre le zanne lo dilaniano nei punti più molli. Il bellissimo muso s’imbratta di sangue. Il silenzio è totale ed il suono della lingua che batte contro il palato risuona nei nostri orecchi tesi.

 

Poco dopo ecco spuntare alla nostra destra un'altra leonessa: è incinta. Visto che il banchetto per il momento è riservato si accovaccia in disparte con fare tranquillo. Non troppo però, ed i suoi occhi ogni tanto si aprono vigili sulla scena: sicuramente aspetta il suo turno.

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Il giro è stato veramente piacevole ed il contatto con gli animali è un’esperienza che emoziona nell’intimo. Quando abbiamo avvistato i rinoceronti ci siamo fermati in contemplazione silenziosa per almeno mezz’ora: a guardarli nei particolari sono così terribilmente brutti che viene da chiedersene la ragione, ma poi, proprio per questo, ci si rende conto di quanto possano dirci sul grande mistero della natura. Ogni piega della loro pelle ha un preciso significato biologico, evolutivo, ambientale, e chissà quanti altri. Gran senso di mistero lo suscitano anche le giraffe tanto care a Very, esse sembrano sopravvissute all’epoca dei dinosauri, ingentilite dallo scorrere del tempo. Purtroppo le abbiamo solamente avvistate, troppo lontane per essere osservate come  avremmo voluto.

Cosa dire poi delle leonesse: i felini ci affascinano per la loro bellezza e ci terrorizzano per la loro forza e la loro leggendaria ferocia. Ma sono proprio così temibili? Pensandoci non posso fare a meno di ricordare la leggenda dello schiavo Androclo che visse in una caverna insieme ad un leone per ben tre anni. In ogni caso a me sta bene averli visti dietro una solida parete di legno!!!!
Durante il nostro safari Il Nomade si è sentito di nuovo male, direi visibilmente male, e mentre all’inizio ha cercato di tenersi in piedi dandoci le spiegazioni che il tour richiedeva, dopo circa un’ora si è arreso: sdraiato, ad occhi chiusi, credo abbia passato il resto del tempo a concentrarsi su come ammortizzare i sobbalzi della camionetta, sicuramente non benefici per il suo intestino in movimento….. La sua sofferenza era talmente visibile che faceva proprio pena.
Il posto dove si cena è molto carino, una sorta di capanna circolare aperta al centro, con un grande fuoco nel mezzo. Il Nomade ovviamente non mangia e se ne va subito a letto. Nonostante il suo precario stato di salute è riuscito ad organizzare una piccola sorpresa per Very, e quando eravamo quasi alla frutta è arrivato il personale del lodge cantando in coro “happy birthday to you, happy birthday to you”, il tutto accompagnato da una bellissima torta e gradita bottiglia di spumante. Ci dispiace proprio che lui non ci sia.


Dopo il pasto ed i festeggiamenti corriamo a sederci intorno al fuoco, ma il tepore che esso emana assopisce anche in Namibia, e così alle 9.30 siamo tutti a sbadigliare, e poco dopo ce ne andiamo a letto.

07/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

 Giovedì 11/07/02


Usciamo dall’albergo di primo mattino, e dopo essere passati a prendere Barbara, c’inoltriamo nella nebbia in direzione di  Walvis Bay, per un giro in battello. E’ un freddo boia;  fortunatamente portiamo sempre con noi la coperta della South African Airways  con la quale cerchiamo di difenderci dall’umidità. Dopo circa mezz’ora d’attesa, trascorsa ad improvvisare una propiziatoria danza del sole, riusciamo a salire sul battello.


 Ovviamente i posti a sedere sono, nemmeno a dirlo, all’aperto: una rinfrescata con le acque gelide dell’oceano probabilmente fa parte della sceneggiatura di ciò che si preannuncia subito come UN'INTERESSANTE GITA IN BARCA. Solo la cabina del capitano è bella chiusa su tre lati! Lui, che è un vero lupo di mare, se ne sta tranquillo al coperto! Io e Very però non ci arrendiamo, e cerchiamo subito una via di scampo; come un miraggio vediamo un piccolo sedile appena all’interno della copertura, non proprio completamente al riparo, ma quanto basta a darci una speranza di sopravvivenza ambientale. Il gusto d’averla fatta franca dura poco: il grande capitano ci fa spostare quando ancora stavamo cercando la posizione giusta per i nostri sederi. Il motivo? Ingombro ai suoi futuri movimenti in barca. Poco dopo comprendiamo cosa significa: alcune otarie salgono sopra il battello, e lui si sposta continuamente per accarezzarle e soprattutto nutrirle con del pesce fresco, inscenando un vero e proprio show. Dobbiamo quindi rassegnarci ai sedili installati per i turisti al centro del ponte; essi costituiscono anche la via preferita dai simpatici animali per raggiungere il pasto che pende dalla mano del capitano, costringendoci ogni volta ad alzarci in piedi per lasciare libero il percorso. Ovviamente le panche si bagnano a dismisura ad ogni passaggio, e alla fine di ogni esibizione un turista ben disposto si premura di asciugale alla perfezione. Le esibizioni sono numerose e abbastanza frequenti, con gran soddisfazione, oltre che del nostro spirito, anche del nostro corpo: l’esercizio fisico che c’impongono fra il sederci e l’alzarci rimette in circolo il sangue prima del congelamento. Continua infatti ad essere un freddo gelido, anche con le coperte gentilmente offerte dal servizio di bordo.

Da lontano ci fanno ammirare la Bird Island, un’enorme piattaforma emergente dalle acque dove nidificano e depositano i loro escrementi migliaia d’uccelli marini. Così, senza saperlo, essi creano profitto ad una famiglia  tedesca proprietaria del loro amato condominio, la quale ha creato un vero e proprio business dal commercio di cacca d’uccelli venduta come potente concime (il famoso guamo). Ne raccolgono 1000 tonnellate l’anno. Geniale no?! E chi se lo sarebbe mai aspettato da un tedesco! E Pensare che la moglie lo ha lasciato quando egli si fece venire questa brillante idea!
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  Per conoscere le otarie  nel loro ambiente domestico  ci avviciniamo alla costa dove esse vivono in grandi colonie; ci si presenta una scena molto surreale, sia per la nebbia che incornicia la spiaggia punteggiata da centinaia di questi buffi animali, creando un effetto cromatico molto suggestivo, sia per i suoni che essi emettono rompendo il silenzio del luogo. Ce ne staremmo a lungo ad ammirare questo suggestivo quadretto se non fosse per un odore pungente e quasi insopportabile: ovviamente anche le otarie la fanno, e cosa c’è di meglio del mare come gabinetto?
Mentre ci stiamo per allontanare ci fa visita Roby, esemplare molto giovane e simpatico. Poco prima avevamo conosciuto il “nonno”, che, come tutti gli avi che si rispettano, é segnato da evidenti ferite di guerra di cui va molto fiero, e che espone orgoglioso a chi mostra di interessarsene.

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  Nel mare aperto vediamo anche i delfini che si divertono a girovagare sotto il battello, costringendo i turisti più ostinati a sporgersi dalla barca per fotografarli: io invece mi diverto a fotografare i sederi dei fotografi, curiosamente in fila piegati a 90 gradi per scrutare tra i flutti.


Il sole fa capolino quando noi scendiamo a terra: ovviamente.



Breve visita alle saline e ad un tratto di costa bassa dove sostano una moltitudine di fenicotteri rosa, i famosi flamingos. Da bravi turisti ci avviciniamo con passo lento e silenzioso per riprenderli a breve distanza, ma ecco che il Nomade ci raggiunge con fare spedito, e con due battute di mano li fa alzare in volo. Dopo il primo momento d’incredulità e di rabbia, cerco di giustificarlo pensando che forse i turisti gli sembrano tutti un po’ scemi con la loro mania delle foto anche all’aria che si muove!! Però che cavolo !!! erano pur sempre dei bellissimi fenicotteri rosa sulla riva dell’oceano atlantico!!!.

 flamingoscr.jpgP.S. A proposito del Nomade, ho dimenticato una cosa importantissima! Nel battello, durante la nostra gelida gita, ci hanno offerto uno spuntino a base di ostriche, spumante, e qualche stuzzichino salato. Il Nomade ha iniziato a mangiare timidamente dicendo che la barca gli stava provocando un  fastidio allo stomaco, poi è entrato sempre più confidenza con i vassoi, e ad un certo punto, affermando di aver scoperto un feeling improvviso, si è fatto fuori 24 ostriche una dietro l’altra senza interruzione,  alla faccia del mal di stomaco!!.

Le dune del Namib arrivano  fino all’oceano, e in un punto della costa vicino a Walvis Bay si possono affittare delle moto 4x4  per avventurarsi nel deserto, ovviamente seguiti e sorvegliati da un’attenta guida. Io salgo con  quel pazzo scatenato e un po’ incosciente dell’Alberto, e quella che doveva essere una passeggiata si trasforma in una corsa  spericolata lungo le varie pendenze, fra una duna e l’altra. Ci divertiamo un mondo; il paesaggio è bellissimo. L’Alberto esprime tutto il suo lato fanciullesco, anche Il Nomade non scherza. Ogni tanto ci s’insabbia                                                                                             

 Ad un certo punto anche Very si avventura alla guida: il foulard ed i capelli al vento la fanno somigliare al barone rosso, la bocca continuamente aperta a significare soddisfazione e divertimento. 

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Barbara ci aspetta a valle e la ritroviamo tutta infreddolita: Il Nomade non le ha lasciato le chiavi del pulmino, e lei è quasi congelata. Fortuna la tempra tedesca che la fa sopravvivere: certo il grasso non l’aiuta.
Torniamo in albergo, 10 minuti per la pipì, e via per negozi. Con la voglia che ho di acquistarmi qualcosa d’africano, sto per prendere una fregatura: fortuna Il Nomade che mi fa capire l’abbaglio, …. dice lui e vuole che io lo scriva, … ma forse ci arrivavo da sola. Comunque ogni tanto qualche soddisfazione gli si può anche concedere!
Lasciamo perdere gli acquisti e ci dirigiamo al bar per prenderci un tè: hanno dei dolci buonissimi. Insomma stiamo sempre a mangiare. Alle 19.30 si cena, e di nuovo ci gustiamo un pesce squisito.

06/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

 

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo


Mercoledì 10/07/02

Molto più tardi dell’ora prevista partiamo per Swakopmund, lasciandoci alle spalle per sempre il lodge ed il deserto.
 Subito ci si racconta come è trascorsa la notte:
-Il Nomade, senza il francese che russava, è stato in compagnia di un incubo chiamato Very che lo ha infastidito anche nel sonno.
-Simone ha sognato di fare il portiere in una partita di calcio dove gli ha fatto goal un pavone su cross di una gallina (calcio d’angolo).
L’Alberto  finalmente ha dormito senza sentire freddo, con tre piumoni ed una coperta gentilmente offerti in supplemento la sera prima dal personale del lodge.
Prima di dirigerci verso l’Oceano Atlantico passiamo  a prendere Barbara, la quale trascorrerà a  Swakopmund una breve vacanza.

Dopo molti chilometri ci troviamo circondati da  un paesaggio del tutto diverso, tipicamente lunare, dove la natura non è solo essenziale, ma incredibilmente fissata ai suoi primordi, quando sconvolta dalle sue stesse forze interne si plasmò in forme aspre e contorte,  deformandosi irrimediabilmente.

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Non posso fare a meno di ripensare alla collera divina che avrebbe dato corpo a questo angolo di mondo.



Arriviamo in un punto panoramico dal quale si può osservare il Sesriem Canyon, le cui pareti rocciose sono alte fino a 30 metri Due disertori tedeschi della prima guerra mondiale vissero nei suoi anfratti per molti anni, fin quando uno di essi si ammalò, costringendoli ad uscire in cerca di aiuto.
Continuando il percorso andiamo a vedere la pianta più antica del mondo, circa 1.500 anni,  dal nome impronunciabile di Welwitschia mirabilis.

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Scoperta nel 1859 da un medico austriaco (dal quale prende il nome) è ora ben protetta da un’alta e insuperabile recinzione. Direi che è veramente qualcosa di unico dal punto di vista botanico: ha un gambo molto corto che esce da terra per pochi centimetri, dal quale crescono due sole foglie perfettamente opposte; queste si sviluppano descrivendo un cerchio intorno al gambo e finiscono per avvilupparsi fra di loro in un groviglio gigantesco, sempre restando caparbiamente vicine al suolo, al quale rubano quel poco di umidità che regala la nebbia mattutina proveniente dall’oceano. Insomma un superbo esempio d’adattamento ambientale, ed anche molto ben riuscito, vista la veneranda età che riescono a raggiungere. Gli afrikaner la chiamano tweeblaarkanniedood, ovvero “le due foglie che non possono morire”. Abituati alle restrizioni a cui costringe il deserto, gli afrikaner risparmiano anche sulle parole, sette in una sola, un po’ lunga ma pur sempre una sola !

Pranzo al sacco in mezzo al nulla più totale, poi si riparte.

Dopo qualche chilometro la strada desolata all’improvviso si anima per la presenza di una donna che sbraccia chiedendo aiuto. Dietro di lei un’auto ferma. Ci troviamo dinanzi tre baldanzose signore tedesche, in giro per la Namibia munite di una semplice cartina geografica. Si sono perse, e non ci meraviglia: solo una bussola può aiutare a capire da che parte andare in un posto come questo. Ovviamente il problema non si pone per chi si mette nelle mani di una guida come il Nomade, che conosce questi spazi sterminati come le sue tasche. Egli dà loro le giuste indicazioni, salvandole dal probabile rischio di sparire nel nulla.


Arriviamo a Swakopmund nel primo pomeriggio: ci accoglie un timido sole che fatica a farsi strada fra la nebbia che produce l’Oceano Atlantico. Ora il freddo è quello umido che ti penetra nelle ossa ed il primo pensiero è quello di andare ad acquistare felpe ed a prenderci qualcosa di caldo. Si cena in un ristorante in riva al mare dove cucinano un pesce da dio.!
 

05/02/2009

Namibia: Il mondo all'inizio del mondo

Di Alfia Cardoni

LUGLIO 2002: DESTINAZIONE NAMIBIA
Diario di Bordo

 

 

Martedì  09/07/02

Ci attende una giornata stupefacente:  visiteremo il Namib, il deserto più antico del mondo.
Stupefacente a parte l’alzata alle ore 6.00: doveva essere per vedere l’alba dalle dune, ma ovviamente arriviamo che il sole è già abbastanza alto; non importa è bellissimo lo stesso. Percorriamo una larga valle, probabilmente scavata da un fiume millenario, ai cui lati scorrono e s’inseguono le dune sabbiose; la valle diventa sempre più stretta e le dune sempre più vicine, grandi e coloratissime. Il paesaggio si tinge di due sole tonalità, compatte ed assolute: il rosso
mattone della sabbia e l’azzurro intenso del cielo.

dune rosse della namibia (1).jpg

Siamo tutti incantati da immagini uniche e indimenticabili, per le quali ogni parola può sembrare retorica. Ciò che colpisce è il contatto con una natura essenziale eppure così imponente, unica protagonista in uno spazio sconfinato dalle leggi severe, in cui l’essere umano è completamente tagliato fuori, costretto ai margini: un tempio delle forze naturali assolute e incontrastate, in cui è ancora possibile percepire gli arcani silenzi succeduti al caos iniziale.


Impossibile non restarne profondamente turbati.

 

 

La scalata alla duna 45, nel senso che si trova a 45 Km dall’ingresso al parco, è faticosissima per il primo tratto, ma ne vale la pena e ci divertiamo da morire. L’aria fresca punge la pelle, ma io sono bene attrezzata questa volta: ho lasciato il pigiama sotto la provvidenziale felpa acquistata la sera prima al lodge. Si respira a pieni polmoni, ed è una sensazione bellissima. La sabbia è finissima e impalpabile. Dall’alto della duna la vista si perde in lontananza, e lo scenario che ci si presenta è sfumato, i colori sono tenui e vaporosi come in un acquerello. Dopo circa mezz’ora scendiamo e ci spostiamo pochi km più in là per fare una succulenta colazione all’aperto: siamo ancora nella valle disegnata dal vecchio fiume, molto più stretta in questo punto, ma non completamente conquistata dalla sabbia. Sotto un solitario albero d’acacia Il Nomade trova una bella pietra adatta a farci da tavolo, ed imbandisce, è proprio il caso di dirlo, un breakfast indimenticabile. Persino i piatti di ceramica ha portato, e c’è veramente di tutto, ogni tipo di bevanda, caffè caldo, latte caldo, grande varietà di frutta fresca, pane, affettati e formaggi. Egli ci serve con gran cortesia, dimostrando un vero spirito d’ospitalità. Quasi quasi mi commuovo.
Dune foto da internet.jpg
Si parte poi con un  4x4 per la duna più alta del mondo (circa 300 mt), accessibile dalla  cosiddetta valle morta; ora c’è solo sabbia e l’uso della jeep diventa obbligatorio. Alla sua guida c’è Domingo, il quale ci scarica poco dopo per farci proseguire a piedi, in un sentiero che s’intravede alla nostra sinistra. Dopo circa un chilometro superiamo una piccola salita e la valle si apre come d’incanto davanti ai nostri occhi: si tratta di  un lago completamente asciutto, la cui superficie color avorio è punteggiata da nerissimi alberi scheletriti, indubbiamente morti da tempo immemorabile.  Il Nomade si ferma all’ombra di uno di essi, il primo che incontra e ci lascia proseguire da soli, promettendo di tenerci d’occhio con il binocolo. Questa notte egli ha diviso la camera con una guida francese che russava come un dannato, e non è riuscito a dormire neanche per un minuto. Sarà questa la ragione di tanta  stanchezza, oppure avrà avuto di meglio da fare? Questo dubbio ci tormenterà per tutto il giorno e la sera, anche perché Very ce lo ricorda ogni 5 minuti!.

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Percorriamo a piedi la valle; sono circa le dieci e non c’è più nessuno, fra poco infatti farà caldissimo. Io ho già tolto felpa e pigiama, ma anche con la sola maglia di cotone comincio a sudare: e pensare che fino a poco fa dovevamo difenderci dal freddo pungente!
Camminiamo come rapiti dal silenzio arcano di questo posto fuori dal mondo; abbiamo innanzi il rosso mattone dell’altissima duna e l’azzurro intenso del cielo e cerchiamo di goderci un momento unico e indimenticabile. Ma ecco che un suono di voci si avvicina: alcuni ragazzi decisi a scalare la montagna di sabbia ci  raggiungono in un batter d’occhio, e la loro animosità  rompe  l’incanto. Very urla per zittirli, ma non serve a nulla. Rassegnati torniamo indietro.

 

 

 

 Nel viaggio di ritorno verso il lodge, i colori del deserto sono di nuovo cambiati: le dune alla nostra destra sono di un rosso molto intenso, mentre nell’altro lato i colori sono tenui e sfumati. La duna 45 completamente illuminata dal sole, ha ora il colore caldo che si vede nelle foto: tutto è veramente uno spettacolo della natura, un suo monumento.

 

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Rientriamo ai nostri bungalow con il cuore appeso al deserto del Namib, consapevoli che probabilmente non lo rivedremo mai più: non ho mai provato un senso di distacco così profondo

durante i miei viaggi.

 

Al lodge ci aspetta un pranzo come al solito succulento e degno di rispetto, e come al solito ci abbuffiamo. Nel pomeriggio ci ritroviamo tutti in piscina. Nonostante la temperatura sia già scesa notevolmente, Very è riuscita a mettersi il costume da bagno: non demorde dalla sua idea di vacanza estiva e come può si spoglia!

Dopo cena siamo tutti stanchi, e con la scusa che l’indomani mattina ci si deve alzare presto, alle 21.20 ci si dà la nanna e ci ritiriamo tutti nelle nostre stanze. Prepariamo le valigie. Domani mattina alle sei ci busseranno alla porta per la sveglia: già dimenticavo di dire che qua siamo ai limiti della civiltà, niente telefono (tranne il satellitare alla reception), niente tv (con mia grande gioia), niente linea elettrica (si va con il generatore). Tutto contribuisce ad allontanarci dai falsi miti della nostra vita d’occidentali impazziti.