09/01/2009

L’irreparabile fuga del tempo

 

 

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“… Disteso sul lettuccio, fuori dell’alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte – oh, se l’avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire – proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo.

Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.

Ancora molto? No basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.

Così si continua il cammino in un’attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.

Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre,  chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimé, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa in tempo a tornare.

Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.”

 

(Dino Buzzati  Il deserto dei Tartari)

 

19/11/2008

Quando l’umanità produce un genio, il genio paga pegno

 

 

Cari amici, inutile dirlo, mai come in questo momento viviamo sulle spalle dei giganti, dall’arte alla letteratura, dalla storia ad ogni prodotto culturale del passato, tutto viene messo al microscopio per scoprirne anche gli angoli più riposti, tutto viene riletto, revisionato, ridiscusso, anche una singola parola scritta su carta straccia da un Grande  può diventare un caso, un articolo in prima pagina, una mostra, un evento culturale, insomma, sembra brutto dirlo, ma io credo che ci sia in giro un po’ di  “speculazione culturale”. In fondo il fenomeno potrebbe anche essere interessante se non si montassero casi con il solo scopo di  fare business,  con un’evidente disonestà nei confronti dell’utente  assetato di cultura  o semplicemente curioso.

Nello specifico,  il caso che mi ha fatto un po’ indignare è il titolo del libro “Leopardi a tavola”:  quando l’ho letto sono letteralmente saltata sul divano ______ chissà poi perché dico sempre sul divano quando in realtà sono anni che non riesco nemmeno a sfiorarlo,  al massimo posso saltare sulla sedia durante i pasti principali, oppure sulla poltroncina  dell’ufficio per il resto della giornata _______ comunque, lasciando stare il posto dal quale sono saltata su, mi sono detta  < stai a vedere che quel piccolo triste uomo, le cui poesie da ragazzina mi facevano venire la pelle d’oca, dopo aver contemplato l’ermo colle ed essere dolcemente naufragato nel mare dell’eternità, amava anche affogarsi in succulenti manicaretti? >  Con un titolo come quello,  il minimo che ci si può aspettare è un ampio manoscritto riaffiorato dalla muffa del tempo con la descrizione di emozioni, peccati di gola, rapporti particolari con qualche leccornia, insomma rivelazioni piccanti che mettano in luce un aspetto sconosciuto del sommo poeta, magari capace di lacerare quel velo di malinconia che tanto lo contraddistingue. Niente di tutto questo ovviamente, di leopardiano ci sono solamente “due foglietti lunghi e stretti di carta ingiallita, custoditi nella Biblioteca Nazionale di Napoli: una lista di ricette”, un elenco di 49 ricette per la precisione, con qualche appunto sugli ingredienti ed i procedimenti.

Questi due piccoli fogli manoscritti danno lo spunto agli autori per fare un pellegrinaggio nell’ambiente napoletano conosciuto da Leopardi negli ultimi anni della sua vita, con particolare attenzione alla cucina dell’epoca, e per una ricerca su tutti gli accenni, anche minimi, che il poeta può aver fatto sull’alimentazione nella sua vasta produzione di testi scritti, tra cui gli epistolari.

Ora, nulla togliendo all’originalità del libro, a ciò che di interessante ci può raccontare, è il titolo che non va bene, crea delle aspettative alle quali non c’è corrispondenza, è scorretto nei confronti dell’utente, e, considerando gli orientamenti del mercato culturale contemporaneo, potrebbe inaugurare un filone caratterizzato da poco rigore storico e molta fantasia. La domanda che mi pongo è:  nel prossimo futuro ci dobbiamo aspettare  anche una retrospettiva su cosa mangiava Ugo Foscolo mentre scriveva I Sepolcri, o magari una ricerca sugli spuntini di Michelangelo mentre dipingeva la Cappella Sistina?

 

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Titolo: Leopardi a tavola. Quarantanove cibi della lista autografa di Giacomo Leopardi a Napoli
Genere: Libri Cucina ed economia domestica
Autore: Domenico Pasquariello e Antonio Tubelli
Editore: Fausto Lupetti Editore
Anno: 2008
Collana: Saggistica

29/10/2008

L'angelo egoista

 

 

 

«Era alta, slanciata, bionda. Portava i capelli tagliati corti […], le sue labbra erano piene e scolpite, sembravano due corpi sinuosi l'uno sull'altro. La sua bellezza moderna si univa a una vivacità quasi elettrica. Era indipendente, spiritosa, brillante. Uno spirito libero e spesso egocentrico in un corpo divino. Fin dalla prima volta mi guardò negli occhi senza battere ciglio e mi persi in quelle iridi celesti che brillavano d'intelligenza».

 

 

 

 

 

 

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Lee Miller, una delle donne più famose della metà del secolo scorso, simbolo di bellezza, libertà, intraprendenza e spregiudicatezza, ci viene ora raccontata da Luca Romano nel suo  avvincente romanzo biografia L'angelo egoista, edito da Neri Pozza. La tormentata storia d’amore con un uomo di due anni più giovane di lei durata fino alla  morte della Miller, è il filo conduttore attraverso cui lo scrittore ripercorre la vita di questa donna straordinaria, già icona di bellezza a 19 anni, modella  preferita di Condé Nast, il fondatore di Vogue,  e subito dopo  allieva, musa, e amante di Man Ray, il celebre artista e fotografo del Surrealismo.

Dotata di un fascino irresistibile, sensibilizzata all’arte e alla fotografia fin da piccola grazie ad un padre che la ritraeva continuamente, Lee Miller aveva il piglio giusto per sperimentare e andare incontro alla vita e a tutte l’esperienze che questa poteva  riservarle; attraversò l’oceano appositamente per conoscere Man Ray, con il quale condivise  tre intensi anni di ricerca estetica all’insegna della provocazione,  per poi ripartire  alla volta di New York dove si lanciò come fotografa professionista distinguendosi per la sua versatilità. Neanche la seconda guerra mondiale riuscì a fermarla, poiché Lee Miller sapeva reinventarsi continuamente, e da interprete  del surrealismo diventò testimone degli orrori della guerra come corrispondente dal fronte per Vogue.

Alla sua movimentata carriera professionale fece da contrappunto una vivace vita sentimentale, con due matrimoni e  molti amanti, ma anche i terribili anni durante i quali si lasciò andare all’alcool e al fumo, dimostrando una certa propensione all’autodistruzione.

Alla fine della seconda guerra mondiale Lee Miller si ritirò definitivamente dalla sua attività di fotografa e passò il resto della sua vita nel Sussex con il suo secondo marito Roland Penrose, circondata dagli amici di sempre, Picasso, Man Ray, Henry Moore, Dorothea Tanning, Max Ernst. Morì di cancro nel 1977, a 70 anni.

 

 

 

L'angelo egoista racconta di una donna d’eccezione  non solo per essere stata icona di bellezza e intelligenza, ma anche per il suo talento professionale e la caparbietà con la quale lo ha perseguito,  sfidando sia i propri limiti che un periodo storico particolarmente avaro nei confronti  delle donne desiderose di crescere e di farsi spazio nella società.

                                                                   

Luca Romano   ha studiato Relazioni internazionali e Storia contemporanea all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi. Nel 1972 ha visitato la Cina di Mao e al suo ritorno ha studiato lingua e cultura cinesi all’Institut National des Langues et Civilisations Orientales di Parigi. È stato poi corrispondente da Pechino e da altre capitali, fra cui Londra e Bonn, per diversi giornali e televisioni. Nel 1995 ha pubblicato Il risveglio del drago, un saggio sulla potenza della Cina negli anni di Deng Xiaoping (Sperling & Kupfer). Da qualche tempo ha lasciato il giornalismo per dedicarsi principalmente alla fotografia d’arte e alla letteratura. È nato a Innsbruck, in Austria, nel 1955. Ha due figli e vive a Roma”

 

 

22/10/2008

Senza parole

 

 

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E’ arrivato  in Italia, pubblicato da Salani, Senza parole,  un romanzo scritto da una delle  più grandi voci letterarie cinesi,  Zhang Jie, candidata al Nobel per la letteratura, vincitrice nel 1989 del Premio Letterario Internazionale Malaparte. 

Senza parole è uno dei libri più premiati nella storia della Repubblica popolare:

- Premio letterario Mao Dun,

- Premio nazionale del libro,

- Premio artistico letterario della città di Pechino,

- Premio nazionale per la letteratura femminile,

- Premio letterario Lao She,

- Premio per il romanzo dell’anno 2002 della rivista Xiaoshuo xuankan,

- Premio nazionale bestseller 2002,

“ un romanzo grande quanto il Paese che racconta, tormentato, ambizioso, sofferto, che prende allo stomaco e alla testa” (Francesco Sisci)

Una grande epopea generazionale al femminile è quella che ci racconta Zhang Jie, i cui protagonisti vivono le proprie vite trascinati dalle passioni, completamente avvinti dai propri sentimenti contro i quali nulla può la ragione, e per questo continuamente restituiti al proprio destino con la fragilità di una foglia morta. Ma ciò che emerge dal libro non sono solamente le  storie personali, poiché ogni vicenda è intimamente legata al paese e alla sua storia, così che il romanzo diventa un testamento politico raccontato attraverso le vicissitudini dei protagonisti, costretti a fare i conti con il comunismo cinese e a vivere e a morire sotto la sua ombra.

E Zhang Jie, nata a Pechino nel 1937, laureatasi in economia nel 1960, prima impiegata in ambito governativo,  poi in esilio forzato in campagna nel 1969, in piena Rivoluzione Culturale,  ha sicuramente tutti gli strumenti per poterlo fare.

"Per capire cosa è davvero la Cina di oggi bisogna cominciare da qui, da questo libro. “Senza parole” narra le storie di persone che si incontrano e rincontrano – figli, madri, spose, amanti – lungo i cento anni in cui il Paese è passato dal Medioevo alla fantascienza, senza soluzione di continuità..” (Francesco Sisci)

 

 

17/10/2008

Quelli che ami non muoiono

 

 

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A cinquant’anni è tempo di bilanci, e a ricordarcelo ora è lo scrittore Mario Fortunato con il suo ultimo libro “Quelli che ami non muoiono”, edito da Bompiani.

 

 Il titolo riprende un verso di Iosif Brodskij  poiché, come dice l’autore stesso le persone che si sono conosciute e amate in qualche modo non muoiono, nel caso specifico soprattutto grazie alla scrittura. La scrittura, fissando la memoria, restituisce una forma di eternità
E lui  di persone da amare e ricordare ne ha conosciute molte, nomi importanti già  iscritti nell’olimpo della letteratura, ma proprio per questo amici, compagni di cordata  uniti dallo stesso amore per l’arte della scrittura, un amore  incondizionato che diventa vita e con essa si confonde fino al punto in cui è difficile capire dove inizia l’una e dove termina l’altra.

 

“Il libro è nato da un trasloco. Lasciando la casa di Londra e di Roma mi sono accorto di avere accumulato una quantità di nastri registrati, quadernetti di appunti, cartoline straordinarie di persone morte. Essendo vicino ai cinquant'anni, ho deciso di scrivere un racconto, parlare del mio passato e fare un bilancio della vita”

In un libro in bilico tra autobiografia e romanzo,  Mario Fortunato ci racconta vent’anni della sua esistenza che sono anche vent’anni di letteratura trascorsi in compagnia di amici come Moravia, Doris Lessing, Pier Vittorio Tondelli, Giulio Einaudi, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Borges, Auster, Bassani, Yehoshua, Ben Jelloun, ed altri ancora, e ce li racconta con una varietà di ricordi e aneddoti  che danno alla narrazione la vivacità necessaria per non cadere nella pura apologia,  pur senza mancare di partecipazione e intensità emotiva, mentre a scorrere  su tutto è la malinconia nostalgica per un mondo che sembra essersi concluso e del quale egli stesso dice:

 

“c’è stata la scomparsa di un mondo, di un clima culturale, di una civiltà. Sono peggiorati i media, è peggiorato il mondo dell’editoria. Quando lavoravo all’Espresso potevo proporre un’inchiesta sugli scrittori israeliani e andarmene in Israele per un mese. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile, in qualsiasi giornale. C’è stato un cambiamento oggettivo, che personalmente giudico come un peggioramento. Prima c’era l’editoria, poi è arrivato il marketing, un atteggiamento più volgare e superficiale. Ma anche senza esprimere un giudizio di merito, è stato come il crollo del muro di Berlino: un mutamento radicale di scenario. Il problema per me è che mi sono sentito come l’anello mancante di questa catena: avevo un piede nel vecchio mondo e ho, e spero di avere ancora a lungo, l’altro piede in questo nuovo”

 

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Mario Fortunato è uno scrittore che si è fatto da solo, guadagnandosi la stima sul campo; quando nel 2002  il governo Berlusconi cercò di rimuoverlo dalla direzione dell'Istituto italiano di cultura a Londra perché 'comunista e omosessuale',  passò forse il momento più brutto della sua vita, ma poi arrivò la lettera aperta degli intellettuali inglesi e italiani che si schierarono in suo favore (Harold Pinter,  Doris Lessing,  Salman Rushdie,  Hanif Kureishi,  Ken Loach,  Colin Firth,  Umberto Eco  Michelangelo Antonioni, tanto per citarne alcuni), e  allora capì che se : “anche se mi avessero cacciato ero un uomo fortunato”, perché, come gli disse una volta Moravia, tra gli scrittori non ci sono maestri, ci sono molti fratelli e sorelle  

09/10/2008

L’importanza di chiamarsi Hemingway

 

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Alla voce Ernest Hemingway Wikipedia ci fornisce una biografia che a scorrerla è impossibile non provare un senso di smarrimento, per non dire di soffocamento,  di fronte  ad una vita tanto  intensa da diventare mitica. E a renderla tale non furono solamente le  quattro mogli, la partecipazione ai grandi conflitti che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà del novecento, la pesca d’altura, i  famosi safari, e l'intensa produzione letteraria, per  renderla leggendaria Hemingway  ci mise del suo, utilizzando quella sfrenata fantasia che suo nonno gli riconobbe fin da quando aveva 5 anni, costruendo egli stesso la sua immagine eroica, amplificandola se necessario anche attraverso la menzogna.

 1546562741.jpg                                     Tutto questo ce lo racconta, senza reticenze, ma anche senza cadere nel puro pettegolezzo, Anthony Burgess, l’autore del fortunatissimo Arancia Meccanica,  nel suo libro

L’importanza di chiamarsi Hemingway,

scritto nel 1967, tradotto e pubblicato in Italia nel 1983, e oggi riproposto  con una   nuova veste grafica dalla casa editrice Minimum Fax.

E nulla risparmia Burgess al colosso della letteratura statunitense, dal cinismo alla tracotanza, dal suo amore per l’alcool alle bugie, un’attitudine quest’ultima esercitata  fin dall’infanzia e che spesso lo portava ad esagerare spudoratamente i fatti, soprattutto quando raccontava le sue imprese di guerra.

Puro narcisismo, cosa di cui spesso lo accusò la sua terza moglie Martha in un periodo nel quale Hemingway aveva iniziato a farsi chiamare "Papa", oppure un’inconscia necessità letteraria?

Non c’è risposta a questo interrogativo nel libro di Burgess, ma forse la risposta è proprio nell’origine della  forza letteraria di Hemingway: la letteratura non deve inventarsi nulla,  ma trasporre solamente episodi vissuti in prima persona, questa era la sua regola, e come seguirla sempre con la stessa profondità e intensità se non forgiando egli stesso la propria esistenza fino a farla diventare mito? Forse la risposta è nell’epilogo stesso della sua vita, in  quel suo andare incontro alla morte quando la malattia gli aveva tolto sia la possibilità di vivere in pienezza che la facoltà  di scrivere,  la vera ragione della sua esistenza.

E mentre immagino la scena di quella mattina del 2 luglio del 1961, quando Hemingway si puntò alla testa il fucile ponendo fine alla sua vita, non posso non chiedermi se almeno per un attimo la sua mente rimpianse la morte tante volte sfidata nei migliori anni della sua vita:  

« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto... E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »

 

(Da una lettera ai genitori nel lontano 1918)

 

02/10/2008

Gli effetti secondari dei sogni

 

 

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Nelle classifiche dei libri più venduti spopolano le storie di bambini superdotati; il fenomeno è nato in Francia e ora si sta diffondendo anche nel nostro paese. La strada è stata aperta da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, che in Italia ha già venduto 400mila copie, e ora prosegue con “Gli effetti secondari dei sognidi Delphine de Vigan, che in Francia è già un caso letterario di degno rispetto, con il premio Goncourt ed il  Prix des Libraires 2008 vinti,  centomila copie vendute in pochi mesi,  ed una critica molto favorevole.  La storia racconta di una bambina di dodici anni, Lou Bertignac, che vive in una condizione di estrema solitudine mentale, pur avendo, o forse proprio per questo, un’intelligenza fuori dal comune, essendo cioè una surdoué (QI più alto dei coetanei). Alla sua condizione di estraniamento sia dalla famiglia che dalla scuola supplisce con una curiosità particolare per la vita degli altri, che in breve tempo la porterà a frequentare le stazioni ferroviarie parigine, crocevia di tante storie da leggere nei visi e nei comportamenti della gente.  E’ in questo ambiente che conoscerà una ragazza appena più grande di lei, Nolwenn, con un passato difficile ed una vita da barbona. Due ragazze che vivono la stessa condizione di solitudine,  anche se in mondi e modi diversi, finiscono presto per riconoscersi e per legarsi in una speciale amicizia carica di speranza.

 

Con un linguaggio semplice e senza cadute nel sentimentalismo, l’autrice ci regala una storia commovente, capace di suscitare nel lettore  il desiderio di cercare Nolwenn per le strade della propria città, e di  aiutarla a sfuggire da una vita senza futuro. E  cosa c’è di più facile che imbattersi in clochard avvolti nelle loro coperte, ognuno solo con se stesso, ma con un unico comune denominatore : quello sguardo perso nel vuoto che ci intimidisce e ci imbarazza, spingendoci ad andare oltre.

24/09/2008

La paura d’invecchiare destabilizza i grandi seduttori

 

 

1177345207.jpgE’ tornato  in Italia, edito da Neri Pozza,

Biglietto scaduto, 

 il romanzo confessione del grande scrittore francese Romain Gary, (pseudonimo di Roman Kacew). In realtà Gray, o meglio Kacew, nacque in Lituania, nel 1914, ma la sua partecipazione alla guerra contro i nazisti a servizio delle Forze Aeree Francesi Libere gli fece guadagnare la nazionalità dei nostri cugini d’oltralpe, oltre che ragguardevoli decorazioni.

Una vita libera la sua, spavalda e anche un po’ truffaldina, con quel suo viso esotico, e una naturale tendenza all’improvvisazione. Uno spirito fantasioso ereditato probabilmente dalla mamma, un’attrice ebrea di origine russa, emigrata a Nizza per sfuggire alla rivoluzione russa, ed anche  un indomabile seduttore  di donne bellissime e giovanissime.

 

 

 

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Console generale di Francia a Los Angeles, ebbe modo di frequentare Hollywood e di conoscere l’attrice americana Jean Seberg, che sposò nel 1962, quando entrambi erano al culmine della loro celebrità, lei come icona della Nuovelle Vague e lui come scrittore di successo, con un premio Goncourt già vinto nel 1956 con il suo romanzo Le radici del cielo. IL  successo non servì però a proteggerli dalla loro fragile umanità, né lei dalle frequenti crisi depressive, né lui da una latente malinconia e una precoce ansia di invecchiare. Nel 1975 esce in Francia Au-delà de cette limite votre ticket n’est plus valable, ovvero Biglietto scaduto, come titola il libro  riproposto ora in Italia da Neri Pozzi,  la storia di Jacques Rainier, un uomo che  dopo aver vissuto con estrema spensieratezza nel dorato mondo del jet set internazionale, viene improvvisamente colto dalla paura del declino fisico e sessuale che finirà per condizionare completamente la sua vita. Il  romanzo fu accolto dalla società parigina come autobiografico, la confessione di un grande seduttore che viene sopraffatto dalla paura del decadimento fisico e dall’ansia di prestazione. Forse fu proprio per questo  che il libro ebbe subito un considerevole successo di pubblico nel quale il pettegolezzo finì per oscurare il valore letterario dell’opera.

Forse trent’anni fa, in un mondo ancora immerso nella rinascita economica del dopoguerra,  parlare della disfatta di un uomo dal punto di vista esclusivamente fisico e sessuale non poteva trovare terreno fertile se non come  storia di un singolo, come un fatto personale e circoscritto sul quale malignare; al contrario oggi, in una società nella quale l'uso del viagra dilaga a macchia d’olio in tutti gli strati sociali, Biglietto scaduto è quanto mai attuale, e l’ansia dell’inadeguatezza senile acquista un valore corale. La prosa è asciutta, stringente, ironica, a volte feroce, ma è anche piena di un amore e di una tenerezza che commuovono senza cadere nel sentimentalismo. Sia per lo stile che per i contenuti,  il libro piacerà sicuramente a chi ha già amato la prosa di scrittori come  Roth, Vargas Llosa, o Richler.

Appena quattro anni dopo la pubblicazione di Au-delà de cette limite votre ticket n’est plus valable, l’8 settembre 1979,  Jean Seberg, dalla quale lo scrittore era già separato ma con la quale aveva conservato ottimi rapporti d’amicizia, venne trovata morta, forse suicida, accanto ad  una confezione di barbiturici e ad  una bottiglia d’acqua; il  2 dicembre 1980 Romain Gary, in un tardo pomeriggio piovoso, si uccise sparandosi  un colpo di pistola, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Accanto al suo corpo un biglietto specificava: "Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove". Messa da parte la correlazione del suo suicidio con la morte della Seberg, non possiamo fare a meno di pensare a quel Biglietto scaduto con il quale Romain Gary, cinque anni prima, aveva portato la sua vita nella letteratura.

 

16/09/2008

Committed. Le avventure di un guastafeste

 

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Il prossimo 26 settembre uscirà in libreria “Committed. Le avventure di un guastafeste” di Dan Mathews (Arcana editore), ovvero l’autobiografia di una persona d’eccezione, un impegnato d’eccellenza, un committed appunto, delle campagne animaliste degli ultimi decenni.

Dan Mathews  divenne animalista fin da quanto aveva 16 anni,  e nella sua autobiografia ci racconta delle motivazioni che possono portare non solo a sposare una causa, ma a parteciparvi con il massimo impegno e originalità, fino a diventarne un’icona internazionale.

 

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Attualmente vice-presidente di una delle più famose associazioni per i diritti degli animali, la People for the Ethical Treatment of Animals (PETA), ne entrò a far parte giovanissimo come receptionist per poi acquistare al suo interno ruoli sempre più autorevoli fino a diventare  uno dei più apprezzati inventori di campagne animaliste di grande effetto e risonanza internazionale,  come la memorabile "meglio nuda che in pelliccia"  che svestì  le top model  e convinse  Calvin Klein a ritirare dal mercato le pellicce. In realtà, racconta Mathews nel suo libro,  furono i filmati sugli atroci trattamenti degli animali a convincere il grande stilista alla causa degli animal rights.

 

Il coinvolgimento di grandi star del cinema e della musica è stata la carta vincente del committed Mathews, e non sempre è stato lui a cercarle, c’è anche chi si è offerto spontaneamente, come Pamela Anderson ad esempio, che gli scrisse chiedendogli  “se c’era un modo di mettere le sue tette a servizio di una buona causa”.

Dalla necessità di un messaggio che potesse arrivare a tutti e non solo agli intellettuali,   sono nate le sue più famose azioni di protesta, nelle quali ha saputo unire l’impegno con il divertimento, l’umorismo, l’ironia, la provocazione, divertendosi lui stesso, ma anche affrontando numerosi arresti per reati vari tra i quali l’oltraggio al pudore, tanto da dargli la possibilità di fare una guida dei migliori carceri del mondo.

 

Ora, a 42 anni, ha molto da raccontarci della sua vita di committed, dalle ragioni più profonde del suo essere animalista, alla sua vita ultra-hip.

 

12/09/2008

E’ in arrivo il nuovo libro di Jonathan Tropper , “Tutto può cambiare”

 

 

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Jonathan Tropper  è il nuovo fenomeno letterario americano: grande successo di pubblico, critica favorevole, molta pubblicità gratuita grazie al fenomeno del passaparola, ed un lavoro che  di certo non potrebbe essere più appropriato considerando che insegna scrittura al Manhattanville College.
Se a tutto ciò aggiungiamo che ha una moglie e tre figli, che il suo romanzo “Dopo di lei” sarà presto un film che ha già portato  nelle sue tasche qualcosa come  un milione di dollari in diritti cinematografici, ecco che Jonathan Tropper  ci si presenta come la perfetta incarnazione del sogno americano: uscire dall’anonimato con la sola forza delle proprie idee, diventando  ricco e famoso.

 

 

“Tutto può cambiare è il titolo del suo romanzo che sarà in libreria il prossimo 18 settembre, edito da Garzanti. Un titolo propiziatorio che già da solo serve a dare  speranza al lettore, apre uno spiraglio sulle possibilità della vita, ci fa comprendere che se a volte ci fossilizziamo in un’esistenza perfettamente incasellata non è colpa del destino, ma  dipende semplicemente dal fatto che  tutti i nostri sensi sono chiusi ai cambiamenti, ottenebrati dalla potenza dell’abitudine.  Piccoli accadimenti potrebbero essere una svolta se colti  al momento giusto, ma spesso essi ci passano accanto come ombre che non riusciamo a distinguere, tanto siamo abituati a guardare al concreto e a non cogliere le sfumature. Occorrono fatti eclatanti per svegliarci dal torpore dei sensi, e spesso anche questo ci riserva la vita, magari all’inizio ne possiamo  soffrire, ma  ben vengano se poi ci conducono al risveglio, se ci trasportano dal semplicemente esistere al vivere.

 

 

Ciò è  quanto accade al protagonista di "Tutto può cambiare", il giovane Zachary King, ma come e perché lascio a voi scoprirlo, il prossimo 18 settembre, nelle librerie di tutta Italia.

 

 

Se ora volessi applicare "Tutto può cambiare" al mio vissuto, potrei raccontarvi del mio viaggio in Africa, e di come esso mi ha trasformato nel profondo, portandomi a rinunciare in piena coscienza alla donna in carriera che ero diventata  e a riappropriarmi  della  mia vita, ma posso anche dirvi della mia esperienza di blogger, nata in una notte di metà  luglio, non ancora due mesi fa, e che in pochissimo tempo mi ha catapultato in un mondo aperto sul mondo, senza serrature,  né cancelli, dove spesso può accadere di ricevere visite inaspettate  che ti cambiano la vita.