22/04/2009

Sedendo e mirando

 

 

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Per rimanere in tema con quanto ho scritto nel mio precedente post, oggi segnalo una mostra in corso alla Galleria d’Arte Contemporanea  di Ascoli Piceno dal significativo titolo “Sedendo e mirando”: si tratta dell’esposizione di 130 opere del pittore Tullio Pericoli, quelle che l’artista in 40 anni di attività ha dedicato al paesaggio italiano e soprattutto marchigiano, alla sua terra, traendo da essa l’ispirazione per descrivere i suoi stati d’animo, le sue inquietudini,  ed i suoi tormenti. Non è quindi una pittura descrittiva quella in mostra, piuttosto una reinvenzione di luoghi attraverso un uso attento del segno e del colore, una loro trasfigurazione, a volte lirica ed a volte drammatica. Ma è proprio questa trasfigurazione che riesce più che mai ad avvicinarci al nostro paesaggio contemporaneo, il quale, perduta oramai ogni connotazione pastorale, diventa effettivamente drammatico quando porta i segni della mano devastatrice dell’uomo, ed estremamente lirico là dove al contrario è rimasto intatto,  una gemma salvata dalle scorrerie piratesche del secolo scorso, e da salvaguardare come il più prezioso dei gioielli.

La mostra è stata inaugurata il 21 marzo scorso e fa  parte integrante del Saggipaesaggi festival, l’iniziativa promossa dalla Provincia di Ascoli Piceno allo scopo di creare una sensibilità civica nei confronti del paesaggio, e quindi rivolta sia ai singoli cittadini che alle amministrazioni locali, prevedendo per queste ultime e per i suoi operatori attività di formazione e la promozione di progetti pilota volti “a sperimentare metodi di copianificazione partecipata e di governance”. Finalmente fatti e non solo parole.

Per saperne di più : http://www.saggipaesaggi.it

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15/04/2009

E’ l’arte che fa la vita

 

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15 aprile 1843

Nasce a New York

 

Henry James

 

E’ l’arte che fa la vita, fa l’interesse, fa l’importanza … e non conosco

alcun sostituto alla forza e alla bellezza del suo processo.

 

(Lettera a H.G. Welles)

13/04/2009

Arte, Genio e Follia. Il giorno e la notte dell’artista

 

 

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Finalmente una mostra d’arte  diversa, lontana dai clamori ai quali siamo oramai abituati da quando il genio artistico è diventato preda del business, almeno così io giudico quella in corso nel complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena, ideata e curata da Vittorio Sgarbi, e visitabile fino al 25 maggio prossimo.

Arte, Genio e Follia. Il giorno e la notte dell’artista rappresenta il primo tentativo in Italia di indagine del rapporto tra produzione artistica e disagio mentale. Attraverso 9 diverse sezioni, affidate alla cura di grandi nomi del campo dell’arte, il pubblico si trova di fronte a opere che affrontano il tema della follia in modo immediato e di grande impatto emotivo. L’intento è quello di indagare “l’essere nel mondo” degli artisti attraverso le loro opere, senza tuttavia rinunciare alla fondamentale prospettiva storica e a tutti quei contributi che hanno studiato “arte, genio e follia” da altri punti di vista, siano essi di natura artistica, scientifica o medica

Una storia dell’arte dentro la storia della malattia mentale, partendo dal Medioevo e dalle sue navi di folli in rotta per l’isola di “Mattagonia”,  passando per la  vita manicomiale del XVII secolo, attraversando  il  positivismo che per la prima volta  studiò la malattia mentale sotto il profilo biologico, fino ad arrivare ad artisti come Van Gogh, Munch, Strindberg e Kirchner nella sezione “Genio e follia al tempo di Nietzsche”, dei quali colpisce prima di tutto la consapevolezza del male oscuro che li stava divorando:

lavoro come un pazzo nella mia stanza, il che mi fa bene e scaccia, a quanto sembra, i pensieri strani. … Il mio pennello scorre fra le mie dita come se fosse un archetto di violino” (Van Gogh dal manicomio di Saint-Rémy, in una lettera al fratello Theo, a pochi mesi dal suicidio)

quando passeggio al chiaro di luna …  rimango atterrito dalla mia stessa ombra … E vivo con i morti, con mia madre, mia sorella, mio nonno, mio padre  (Munch, dal suo diario)

Se si potesse trasformare completamente la sofferenza in creatività si schiuderebbero nuove incredibili possibilità. Io cercherò di farlo nella misura del possibile” (Kirchner )

 

Si prosegue con le opere dell’avanguardia europea definita “arte degenerata” dal regime nazista, per finire  con il surrealismo di artisti come André  Masson, Victor Brauner e Max Ernst, con i loro contenuti visionari e la pretesa di rappresentare una realtà assoluta, la “surrealtà”, sospesa tra realtà e sogno.

 

Quasi 400 opere tra dipinti e sculture, forse troppe, ma più che mai attuali in un’epoca in cui il male di vivere, il senso di straniamento,  colpisce un’umanità oramai alla deriva in un contesto sociale ed economico imbarbarito a dispetto delle sue più apprezzabili intenzioni.

 

Per maggiori informazioni:  http://www.artegeniofollia.it/

 

05/01/2009

La lunga attesa dell’angelo

 

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Se avete già amato la capacità narrativa di Melania Gaia Mazzucco, il suo saper coniugare l’analisi storica con un’intensa caratterizzazione emotiva dei personaggi, allora non potete certo perdervi l’ultima fatica della scrittrice romana “La lunga attesa dell’angelo”,  ovvero “La passione assoluta di Tintoretto e di sua figlia Marietta”, un’autentica immersione nella Venezia di fine cinquecento, con tutte le sue ricchezze ma anche le sue fragilità e le sue miserie,  e nella storia di un uomo vissuto unicamente per  l’arte, una passione febbrile per la quale tutto si può sacrificare, anche Marietta,  forse sua figlia illegittima, la musa prediletta che egli farà educare all’arte, facendola travestire da uomo pur di poterla avere nella sua bottega, tra le sue polveri colorate ed i suoi pennelli.

L’angelo lungamente atteso è quello della morte: il pittore quasi ottantenne è in preda ad una febbre che lo tormenterà per quindici lunghi giorni prima di strappargli l’ultimo respiro, un tempo interminabile durante il quale l’uomo è inevitabilmente chiamato a fare i conti con la propria vita, a ripercorrere tutte le battaglie e le scorrettezze perpetrate  per emergere come pittore, con la fretta di arrivare in un’epoca in cui i poveri come lui difficilmente  riuscivano ad invecchiare. Il successo lo sorprese quando aveva trent’anni e si era già inimicato Tiziano ed il critico Pietro Aretino, ma anche gli altri pittori non gli erano certo amici per quel suo voler fare sempre a modo suo, contro le regole usuali. Poi c’era la sua famiglia, sua moglie Faustina de’ Vescovi, sposata quando aveva già quarant’anni e che gli darà otto figli, ma soprattutto, al centro di ogni sua passione, c’era Marietta, forse sua figlia illegittima,  avuta dalla sua amante tedesca. In lei Jacomo riverserà tutto il suo spirito anticonformista e passionale, ne farà la sua creazione ma anche la sua musa, e lei crescerà in piena libertà, al di fuori delle regole, come solo la sua posizione di illegittima poteva permetterle, e diventerà artista brava e famosa, anche se sempre vissuta all’ombra del padre. A lui ella si donerà totalmente, sarà figlia e amante, musa e allieva.

 

 

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Quando Marietta se ne andò appena trentenne, stroncata da un parto difficile, Jacomo iniziò a scrivere di lei, a costruire la sua leggenda: “E io avrò cura di lei, e non permetterò insulto, dolore, oblio. E finché io vivrò anche lei vivrà  ed a Marietta ora egli spera di riunirsi, quando la morte finalmente verrà a prenderlo,  ora che ha ritrovato in lei il significato di una vita.

 

23/12/2008

Una vita per l’arte

 

 

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23 dicembre 1979

Muore a Venezia

 

Peggy Guggenheim

 

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« Si è sempre dato per scontato che Venezia è la città ideale per una luna di miele, ma è un grave errore. Vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro»

(Peggy Guggenheim)

 

Le sue ceneri vengono seppellite nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni, nell'angolo dove ella era solita seppellire i suoi beneamati cagnolini. Da allora la Fondazione Guggenheim ha trasformato la dimora di Peggy in uno dei maggiori musei d'arte moderna al mondo.

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Credo che questo secolo abbia assistito a molti grandi movimenti,

 

ma quello che indubbiamente si eleva al di sopra di tutti gli altri

 

è il Movimento Cubista, che ha cambiato volto all’arte.

 

(Una vita per l’arte)

 

 

01/10/2008

Quando il kitsch diventa arte e approda nella reggia più famosa del mondo

 

 

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Se per questo autunno avete intenzione di fare un salto a Versailles che non vedete più da vent’anni, e con la mente siete già pronti a gustare l’atmosfera rarefatta di quegli ambienti trasudanti di storia,  ancora colmi del  fruscio delle vesti delle dame di corte, del chiacchiericcio dei cortigiani, degli intrighi sussurrati e degli amori rubati, resettate tutti i vostri ricordi e preparatevi ad altro.

Un nuovo vento rivoluzionario sta  infatti trasformando Versailles cittadina in un vero e proprio villaggio dello shopping, dove potete trovare di tutto, dai prodotti gastronomici ai profumi, dalla bigiotteria a mobili, libri e stampe d’epoca e lo  Château de Versailles tanto caro ai francesi in una location trasformista aperta ai venti della modernità.

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La svolta è iniziata con il film Marie Antoinette di Coppola, girato proprio nella reggia, al quale sono seguiti una serie di utilizzi mondani e festaioli del  jet set internazionale che hanno progressivamente scalfito l’aurea di sacralità ed inviolabilità dello Château per arrivare proprio in questo periodo all’affronto finale: dallo scorso  10 settembre infatti, fino al 14 dicembre,  alcune stanze della reggia ospitano le opere  di  Jeff Koons, , colui che ha fatto diventare arte  il kitsch, da alcuni considerato l' erede diretto di Andy Warhol, e che molti ricordano per le foto "intime" scattate con l'ex moglie Cicciolina

 

Tra le opere in mostra è obbligo ricordare il lucente coniglio d’acciaio Rabbit”,  il cane scolpito in stile “palloncino” ovvero il Balloon Dog/Magentache nel 2006 galleggiava nel canal grande di Venezia, e che  lo scorso novembre a New York  è stato valutato 23,56 milioni di dollari (circa 15 milioni di euro),  ed il famoso cuore pendente Hanging Heart 

 

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Ovviamente ora la polemica è feroce, c’è chi grida allo scandalo per il contrasto tra un luogo sacro, completamente votato alla storia,  ed un’arte contemporanea provocatoria e irriverente, chi difende la scelta dicendo che questo è il modo giusto per trasformare  la reggia da  un luogo estinto ad uno spazio aperto alla ricerca, con grande beneficio di  tutti.

''Non ho intenzione di invadere queste stanze storiche, di riempirle di Jeff Koons e di snaturarle” si difende l’artista,  voglio catturare l'armonia del luogo, inserirvi le mie opere con un senso della proporzione. Creare un'astrazione. Spero che il pubblico francese avrà il sentimento che il mio è un gesto generoso e gioioso. Le mie opere trovano qui una location ideale.”

Di certo c’è che si tratta di una grande operazione commerciale per la quale la polemica rappresenta solamente una potente forma pubblicitaria, di sicuro effetto su tutti gli amanti dell’arte contemporanea e, aggiungo, su chi tale arte la comprende. Purtroppo io non sono tra questi, ma non si può avere tutto dalla vita!

 

 

25/09/2008

Il business delle mostre dilaga in forme sempre nuove e disorienta gli amanti dell’arte, me compresa

 

 

 Pochi giorni fa un trafiletto su Repubblica dall’accattivante titoloE ai  Capitolini arriva l’Apollo di Adriano”, mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia;  <perbacco>  ho pensato, <si tratterà di un’opera recuperata, un clamoroso caso degno del migliore ex ministro per i  Beni e le attività  Culturali Francesco Rutelli!>  Vado a leggere ed ecco la delusione: si tratta dell’Apollo di Mantova che dal museo del Palazzo Ducale gonzaghesco è andato in prestito ai Musei Capitolini. Dico delusione  non perché io disprezzi la bellissima statua databile all’epoca dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.),  anzi mi inchino di fronte a tanta incontenibile bellezza,

 

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ma non nascondo che questo ennesimo spostamento mi crea una certa inquietudine, soprattutto considerando che non si tratta di un evento isolato, escogitato giusto per  dare splendore alla prima uscita pubblica del nuovo sovrintendente ai beni culturali del comune di Roma,  Umberto  Broccoli, ma al contrario  inaugura una nuova iniziativa dal titolo “Ospitando…” , nelle cui intenzioni c’è lo sviluppo di un interscambio di opere d’arte tra musei con il quale si intende anche compensare l’assenza di altre opere d’arte a loro volta in prestito altrove (in questo caso l’Apollo sostituisce il Camillo già a Mantova per la mostra su Pier Jacopo Alari Bonacolsi, detto l’Antico).

Evidentemente non bastavano  le circa 1600 mostre  annuali  a far spostare vorticosamente le opere  da un museo ad uno spazio espositivo, da una storica galleria  ad un’altrettanto storico palazzo, ora ci si mettono anche gli interscambi tra musei: e noi amanti dell’arte che il  fine settimana trasciniamo un piccolo trolley da una stazione e l’altra attraversando mezza penisola solo per andare ad ammirare proprio quell’opera che da sempre sappiamo far bella mostra di sé in quel preciso museo? Oltre il sito di Trenitalia ed un lastminute per l’albergo, ora prima di partire diventa d’obbligo fare un’accurata ricerca in internet per essere sicuri di trovare, ad esempio lo Spinario, là dove l’abbiamo sempre saputo.

Oltretutto dietro  questo fenomeno non c’è tanto un progetto culturale, quanto la prospettiva di un grandissimo business che  in pochi anni ha fatto crescere vorticosamente  il fenomeno mostre,  tanto da regalarcene almeno una per ogni campanile della nostra bella penisola. E come sempre, quando la quantità prende il sopravvento è la qualità a farne le spese, ed il pubblico affezionato alle manifestazioni d’arte comincia a lanciare i primi segni d’insoddisfazione. Alla fine dei conti, poiché molto del denaro necessario all’allestimento di una mostra viene dai finanziamenti pubblici, noi finiamo per pagare due volte, una con il biglietto e l’altra con le tasse, un prodotto ben confezionato ma con poco contenuto.

Per dirla con il professor Guido Guerzoni, docente di Management  delle istituzioni culturali e del mercato dell’arte all’università Bocconi,  speriamo che non accada ciò che è successo alla RAI nella sua rincorsa alla tv commerciale, e che le gallerie pubbliche non cedano alla logica del botteghino a scapito della loro vocazione originaria che è semplicemente  culturale e scientifica.

E lo spera, sinceramente tanto, anche la sottoscritta.

07:28 Scritto da perdersy in Eventi | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: eventi, arte, mostre, musei, gallerie | OKNOtizie |  Facebook

17/09/2008

Bossoli e pallottole per salvaguardare la memoria storica

 

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Freddy Tsimba, lo scultore  congolese nato a Kinshasa il 22 agosto 1967,  ha scelto di prestare la sua  arte  al ricordo delle vittime della lunga guerra che per decenni  ha dilaniato le provincie orientali del  suo paese, e lo fa nella sua città, la capitale della Repubblica Democratica del Congo,  perché è proprio lì che  si tende a dimenticare, perché a Kinshasa la guerra vera non è mai arrivata,  e tutte le atrocità ed il carico di dolore seminato ad est del paese sembrano non riguardarla.

Proprio per combattere  quest’indifferenza che rischia di trasformarsi in un’amnesia collettiva, Freddy Tsimba ha trasformato il suo atelier di Kinshasa in un vero e proprio “corridoio umanitario” come lui stesso ama definirlo, una manifestazione della sofferenza  subita per mantenere viva la memoria.

  

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Ecco quindi che pallottole, bossoli, cartucce, tutto materiale raccolto negli stessi  luoghi di guerra che lui intende raccontare, diventano materia prima delle sue opere, dei suoi corpi martoriati, ed insieme ad essi raccontano di un passato da non dimenticare perché il ricordo è lo strumento più efficace per lanciare un messaggio di pace universale.

 

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Ai galleristi  che rifiutano di esporre le sue opere perché  sono troppo aggressive,  lui risponde che la sua arte non può essere che questa, scomoda forse, ma la sola che lo interessa, la sola che può suscitare in chi la osserva una partecipazione solidale e costruttiva, la sua sola arma nella sua personale battaglia per la memoria.

 

 

Un plauso particolare a Freddy Tsimba ed a tutti coloro che dedicano la propria vita alla testimonianza, perché la memoria storica è il bene più prezioso di una società civile.

 

24/07/2008

MANGIATORI DI PATATE


I mangiatori di patate
Vincent Van Gogh, 1885
olio su tela, 82 × 114 cm
Amsterdam, Museo Van Gogh

 Chiunque ha letto la biografia del grande pittore olandese Vincent Van Gogh non può dimenticare  il famosissimo I mangiatori di patate e lo struggente  dramma interiore che anima il pittore in quel periodo particolare della sua vita.

 <<Ciò che egli ha voluto mettere nei Mangiatori di patate non è un’abilità di mestiere. Dipingendo questi visi, queste mani, questi frutti nutrienti estratti dalla terra, attraverso questo pasto di contadini, ciò che esprime è il ciclo vitale dell’alimento tratto dalla terra per nutrire questi corpi che ritorneranno alla terra. …. È il tema della fecondità che si dispiega e si amplia …. Il ciclo della vita, che rinasce senza posa attraverso il mistero della terra nutrice.

Vedendo la vita del contadino in tutte le ore della giornata, vi sono a questo punto così intimamente unito che non penso davvero mai ad altro” dice al fratello Theo, e ancora “Sono un pittore di contadini “ “Ciò che cerco d’imparare non è disegnare una mano ma un gesto , non una testa matematicamente esatta ma l’espressione profonda. … Insomma la vita” >> (VAN GOGH  Il sublime pittore del sensibile di Pierre Leprohon)

Perché vi sto raccontando tutto questo? Forse per parlarvi di Van Gogh? Sì anche, lo adoro, lo considero un genio dell’arte, ma in questa precisa occasione ve ne parlo per ricordarvi che il 2008 è l’anno della patata, o meglio che Le Nazioni Unite hanno indetto    

   il “Potato 2008”

Mentre negli anni precedenti abbiamo avuto l’anno dei bambini, degli indigeni, dell’alfabetizzazione, quest’anno abbiamo l’anno della patata, il quale viene onorato con conferenze e convegni a tema in tutto il mondo e con un concorso fotografico monotematico al quale si può partecipare fino al 1° settembre prossimo (info: iyp-photofao.org).

Se la scelta che può sembrare bizzarra ovviamente non è un caso: la patata, scientificamente detta solanum tuberosum, è una delle coltivazioni più diffuse al mondo, quarta dopo mais, grano, e riso; in Italia la battono solamente i pomodori. Di certo è il tubero più globalizzato presente sul mercato, complici  il suo basso costo a fronte di un soddisfacente connubio di valori nutrizionali (proteine, vitamine C e B5, potassio, fosforo, ferro, tiamina, riboflavina), ed il successo delle golosissime Chips o french frie. Lo scopo della Fao e delle Nazioni Unite è ovviamente quello di promuovere la coltivazione di questo prezioso tubero nei paesi in via di sviluppo.

Il concorso fotografico è  aperto sia ai professionisti che ai dilettanti, in categorie separate, si potranno presentare sia singoli scatti che gruppi di foto, si potrà usare sia il colore che il bianco e nero, e la giuria sarà composta da professionisti di livello internazionale.