09/08/2009
Con l'amore di una leonessa
“In questo libro racconto circa dieci anni della mia movimentata vita di moglie al fianco di un guerriero Samburu. Vivo ancora felice in Kenya con Lpetati e con cinque bambini di cui ora ci occupiamo. Non mi sono mai pentita del mio passo, di aver scelto di vivere in una cultura tanto diversa, lo farei di nuovo. Proprio per questo, attraverso la mia storia non voglio soltanto tessere gli elogi del misterioso mondo dei Samburu e di un paese meraviglioso come il Kenya, ma anche dell’amore. In qualche forma e in qualche modo siamo tutti corresponsabili del fatto che in molti luoghi del pianeta vengono distrutte e si estinguono culture straordinarie come quelle dei Samburu e dei Masai, perché un’epoca razionale, economicamente orientata a senso unico, inghiotte con assoluta insensibilità tante cose meravigliose su questa nostra ancora bella Terra. Dovremmo tutti tornare a riflettere sui veri valori della vita, valori difficili da definire, perché non sono misurabili, sono silenziosi e poco appariscenti, dentro di noi e intorno a noi, eppure sono talmente grandi da nascondere in sé l’autentica felicità. La vita moderna, caotica, nella quale contano soltanto il calendario degli appuntamenti, il denaro, il consumo, la frenesia e la carriera, rappresenta un’offesa per il miracolo ‘vita’ e per il miracolo ‘uomo’. Dai popoli che, con supponenza, riteniamo primitivi possiamo imparare nuovamente ciò che le generazioni che ci hanno preceduto conoscevano bene: semplicemente ...vivere!”. Christina Hachfeld-Tapukai
Ho acquistato il libro Con l'amore di una leonessa perché il connubio storia vera/africa è per me irresistibile; dopo averci dato una sbirciatina non sono più riuscita a lasciarlo: l'ho terminato nel giro di un giorno e posso solo dirvi che mi è risultato estremamente difficile prendere sonno pur essendo arrivata all'ultima pagina che erano circa le due di notte.
Ciò che mi ha affascinato di questa autobiografia non è certo una sua qualità formale, un suo stile letterario o altro che sia insito dell’arte dello scrivere, cosa di cui l'opera è molto deficitaria, ciò che mi ha fatto divorare il libro, a parte l’amore per l’Africa, è il confronto continuo con la libertà mentale di Christina, libertà che si manifesta in mille modi:
penso innanzitutto alla capacità di lasciare un padre ma soprattutto due figli ancora adolescenti per seguire un suo desiderio, senza sentire su di sé nessuna pressione di carattere morale (e questo circa 20 anni fa), nessuno dei capestri mentali che invece nella nostra cultura impediscono ancora a molte donne perfino di mettere fine ad un matrimonio avvilente, castrante, quando non addirittura violento, penso alla libertà mentale da tutte le comodità e certezza di una vita benestante ben inserita in un preciso contesto borghese che le ha permesso di integrarsi con una certa disinvoltura in una tribù primitiva dove non solo i concetti di comodità e certezza non hanno ragione di esistere, ma dove persino la stessa sopravvivenza non ha nulla di certo ed è costantemente a rischio;
penso alla libertà mentale dal bisogno di rapportarsi con un il proprio mondo, il proprio bagaglio culturale, e da ogni tipo di intellettualismo, pur essendo di fatto una persona di una certa levatura culturale.
La domanda è: tutto ciò è stato possibile solamente grazie all’amore per un uomo, oppure molto ha giocato il fascino indiscutibile dell'Africa?
Parlando in una intervista del mal d'Africa Kuki Gallmann disse che esso dipende dal fatto che l'Africa è nel nostro DNA poiché è proprio lì che il genere umano si è originato: anche se questa teoria oggi è in discussione in quanto recenti ritrovamenti paleontologici sembrano spostare "la nostra nascita" in Asia, è indubbio che l'Africa riesce a parlaci in modo unico e profondo.
Ad ogni modo la vicenda di Christina Hachfeld-Tapukai è per me una testimonianza di indicibile bellezza per tutta l'umanità di cui trasuda, pur nella tragicità di tante situazioni, scritto con la semplicità che richiede una storia che va dritta al cuore. Leggetelo, non credo che ne rimarrete delusi. Le prime pagine vi sembreranno poco promettenti, ma poi le vicende prenderanno piede, incalzeranno e vi conquisteranno. Almeno questo è ciò che è accaduto a me. C'è chi ha liquidato l’esperienza della Hachfeld sotto i soli epiteti di egoismo e desiderio di protagonismo. Credo che l’animo umano in generale abbia troppe sfaccettature per poter essere semplicemente etichettato.
Ho valutato la mia possibile ingenuità nel confrontarmi con la vita degli altri, ma per quanto mi ci sforzi non riesco a vedere in questa storia nessun desiderio di protagonismo, innanzitutto perché ci viene raccontata dopo circa un ventennio dal suo inizio, e dopo che la Hachfeld ha rischiato più volte la vita per cui poteva anche essere morta senza che nessuno, tranne i suoi parenti prossimi e conoscenti, potesse venire a sapere della sua esistenza.
Il desiderio di protagonismo lo posso vedere in chi attraversa l’oceano in barca a remi, in chi fa 7000 km correndo e in tante altre imprese del genere che grazie agli sponsors riescono ad avere una discreta risonanza nei media, con tanto di subitanea pubblicazione di un libro/diario, ma il caso di Christina mi sembra sinceramente molto diverso. Credo che effettivamente la spinta a scrivere il libro le sia venuta dal suo amore per l’Africa e per il popolo Samburo, così come sono nati i libri di Kuki Gallmann e La mia Africa della Blixen. Sicuramente il mal d’africa di cui ho patito per mesi e mesi qualche anno fa dopo un viaggio in Namibia mi porta a priori a vedere le cose sotto una certa angolazione, ma di fatto è solo sotto questo punto di vista che posso riuscire a comprendere una scelta così radicale e protratta nel tempo, sposata fino al limite della sopravvivenza.
Molte madri si sono indignate per la facilità con la quale Christina ha lasciato i figli ma secondo me è proprio questo diverso atteggiamento nei confronti dei legami familiari che è interessante e che mette a confronto due culture, quella mediterranea e quella del nord Europa. In fondo se ne parla oramai da anni e non dico nulla di nuovo su questo. I figli di Christina l’aiutano a scrivere il libro, credo che ciò significhi qualcosa.
Non è che io mi sia innamorata della persona Hachfeld a tutto campo, ed in molti episodi non mi è piaciuta affatto, ciò che a me interessa in realtà è il confronto con persone che osano ciò che io per paura non riuscirei mai ad osare, che rinunciano con una certa facilità a ciò che di cui io non riuscirei mai a fare a meno, che riescono a trovare un punto di incontro con persone con le quale io non riuscirei mai ad avere nemmeno un semplice colloquio, per farla breve mi interessa un confronto che metta sotto la lente d’ingrandimento i miei limiti per non perderli mai di vista, per averne coscienza perché solo conoscendoli si può riuscire ad andare oltre, e andare oltre è sempre stata la mia aspirazione.
| <<Christina Hachfeld-Tapukai è nata ad Hannover. Ha lavorato come giornalista, prima di partire per la prima volta per il Kenya con i suoi due figli, verso la metà degli anni ’80, dopo la morte del primo marito. Oggi Christina vive in un villaggio nei pressi di Maralal con il suo secondo marito, il guerriero Samburu Lpetati, e con cinque bambini africani in affido.>> (http://www.edizionilpuntodincontro.it/index.php?manufacturers_id=388) |
11:45
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14/06/2009
L'anno della lepre
Innanzitutto vorrei fare un appello all’editore: per cortesia, scelga un altro tipo di rilegatura, dover usare tutte e due le mani per tenere il libro aperto è una vera tortura: può andar bene per chi non ha che da oziare e può dedicarsi alla lettura sprofondando comodamente nel divano senza doverci abbinare nessuna attività collaterale, ma per coloro che possono sfruttare solamente certi particolari momenti della giornata diventa una vera punizione. La cosa più crudele dal mio punto di vista è toglierci il gusto di leggere mentre si fa colazione, perché non c’è nulla di meglio di un buon libro mentre si sorseggia un tazza di latte, un tè, o un succo di frutta, il migliore viatico per affrontare l’imperante quotidianità.
A parte questo appunto ad Iperborea, L’anno della Lepre di Arto Paasilinna è un romanzo che si legge in un batter d’occhio, una gustosa parabola sul senso della vita raccontata con ironia e gusto del paradosso.
Superato il fastidio della scomoda rilegatura sono entrata nello zaino di Vatanen e a volte da sola, a volte in compagnia della sua lepre, ho assaporato la sua capacità funambolica di passare dal paradosso alla denuncia sociale, dalla suggestiva solitudine delle immense foreste al susseguirsi di avventure tanto esilaranti quanto inverosimili, dalla malinconia di una vita solitaria ai toni epici della conclusiva caccia all’orso, simbolo del lato oscuro e violento della personalità umana. Soprattutto ho assaporato il gusto del viaggio solitario in una natura selvaggia e sconfinata che tanto rappresenta una parte fondamentale del mio essere in questo mondo. Momenti più o meno lunghi di solitudine con solo la natura intorno che ti parla in un linguaggio universale, sia che ci si trovi sulle Alpi Orobie piuttosto che nelle savane africane, sono il più alto grado di libertà che un essere umano può assaporare. E per libertà intendo non solo quella dai legami umani che ci tengono ancorati in un determinato posto, dalla necessità di conformarci alle esigenze di una società strutturata, ma anche la libertà da tutti i meccanismi mentali che ci imprigionano per nostra stessa natura: dal bisogno di avere continue conferme dagli altri per alimentare la stima di noi stessi, al desiderio del possesso, dalla paura della solitudine al bisogno di affermazione. Il riconoscermi in un Vatanen che fugge dai compromessi di una vita incanalata per ritrovare se stesso e tornare ad essere padrone del suo tempo, scoprendo nel malsicuro leprotto l’umanità perduta nei meandri dell’efficientismo borghese, mi ha fatto amare il romanzo di Paasilinna a tal punto che lo tengo ancora a portata di mano per tornare ogni tanto a scorrerne qualche riga e ad assaporare gli sconfinati paesaggi finlandesi.
17:19
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20/01/2009
Lei così amata

Ovvero la storia di Annemarie Schwarzenbach “ un personaggio raro e bellissimo … scrittrice, archeologa, fotografa, giornalista, viaggiatrice …… una donna sempre in attesa, sempre in fuga dal suo inquietante paradiso perduto. Una donna che non smette mai di cercare” (Melania G Mazzucco)
Questa mattina, mentre percorrevo i 45 chilometri di superstrada che separano il mio ufficio dalla mia abitazione, sotto una bufera di acqua e pioggia che mi costringeva a non superare i 90 km orari, ho trovato il tempo di concentrarmi su Annemarie (tanto per insistere sul fatto che qua non si può sprecare nulla, e che ogni minuto di vita deve rendere un utile degno dei migliori borsisti!).
Allora Annemarie …….. credo innanzitutto che la sua vita sia stata segnata dalla presenza di due figure, sua madre ed Erika Mann, che con il loro carattere forte, la loro ostentata sicurezza, hanno infuso in lei un senso di inadeguatezza che l’ha perseguitata per tutta la vita. La paura di non essere all’altezza le ha impedito di credere nelle sue scelte e di portarle fino in fondo, come se ciò la potesse salvare da giudizi definitivi che sempre temeva essere negativi. Così voleva essere scrittrice ma non ha avuto abbastanza fiducia in se stessa per mettere in gioco la sua credibilità, ha inseguito l’amore e l’amicizia fino alla lacerazione, ma lei per prima non sapeva amare e non sapeva donarsi. Allora mi chiedo se la sua straziante ricerca di affetto nei fratelli Mann non sia stata solamente un modo per attirare l’attenzione sulla sua fragilità, essere capita, e perdonata per le sue debolezze, essere accettata per quello che era, una donna fragile ed insicura. Ma le sue grida sono restate inascoltate e le sono tornate indietro come un eco, facendola precipitare sempre di più nella solitudine. Non a caso è proprio con Klaus, anche lui a suo modo perdente, che Annemarie è riuscita ad avere brevi esperienze di vita condivisa, brevi ma talmente preziose da portarla a percorrere con lui la strada della droga, qualsiasi cosa pur di amplificare quei momenti di empatia così rari nella sua vita. Ma anche su questa strada infine si ritroverà sola ed incompresa. Di fondo c’è quel male oscuro sul quale sono stati spesi fiumi di parole dai principali scrittori del novecento, il male di vivere, il senso di straniamento che impedisce di sentirsi parte di qualcosa, la mancanza di quell’equilibrio interiore che ci fa stare bene con noi stessi e con gli altri.
Anche il viaggio ha rappresentato per lei solamente un mezzo per fuggire dalla realtà, e nei paesi che ha percorso è riuscita a vedere solamente il riflesso delle sue paure, e nei polverosi ed aridi paesaggi orientali solo vuoto e morte.
Con un animo diversamente disposto forse avrebbe visto quanto di bello e misterioso c’è nell’asprezza di una natura estrema, quanto essa ci faccia avvicinare al divino proprio per l’assenza di ogni traccia di intervento umano. Questo è ciò che io ho provato durante le mie “peregrinazioni” in alcuni dei luoghi ancora incontaminati del nostro bellissimo pianeta, dal deserto del Namib, alla catena montuosa dell’Atlante, dalla penisola del Sinai, all’Estremadura spagnola.

Nonostante tutto ciò io sono “uscita” dal libro con la netta sensazione di aver conosciuto una donna eccezionale, che ha lottato con tutte le sue forze per portare avanti le sue battaglie, affrontando le più amare delusioni, la solitudine, l’abbandono, la malattia. Lo so, la nostra società ci vuole efficienti, belli, positivi e vincenti. Ma la natura umana è un’altra cosa: per carità, anch’io ho indossato quella maschera tutte le mattine per tanto tempo, ed anche se in maniera meno accentuata forse la vesto ancora, ma l’importante è restare consapevoli del fatto che di maschera si tratta, mentre dentro di noi portiamo tutta la fragilità che ci fa essere umani e non macchine.
E io non riesco a considerare negativa una persona la cui vita è stata profondamente segnata fin dalla sua infanzia, e che da sola, lottando contro ogni avversità, è riuscita a rinascere dalle sue ceneri come una moderna fenice. Perché secondo me è proprio questo che accade dopo il suo viaggio nella foresta equatoriale del Congo.
“Io abiterò il mio nome” titola la terza parte del libro: ma quanto dolore ha dovuto attraversare Miro per riuscirci! Braccata, legata, derisa, isolata, incompresa, abbandonata, ridotta al limite della dignità umana: leggendo le pagine che raccontano del suo ricovero in clinica, della sua fuga, del suo arresto, del trattamento che le ha riservato il famigerato Bellevue Hospital, di come tutti l’hanno abbandonata proprio quando il suo grido di aiuto si faceva più disperato, ho pensato che se c’è un fondo al dolore oltre il quale non si può andare, Annemarie lo abbia raggiunto lì, in quel preciso terribile momento della sua vita. Invece l’angoscia più grande doveva ancora arrivare e le verrà inferta da sua madre. Quale dolore più penoso si può provare da figli oltre a quello di non sentirsi amati dai propri genitori e dalla propria madre in particolare?! Una madre che allontana la figlia è una cosa contro natura dice il commissario di Léopoldville ad Annamarie, ma la natura non è la personificazione del bene, e nella potenza generatrice del creato così come nell’uomo che ne fa parte, il male è una realtà paritetica.
Quante persone sarebbero sopravvissute a tutto questo? Io sinceramente non so se avrei trovato la forza di provare ancora a rinascere, a ricominciare, ma lei ci era riuscita, e dopo il viaggio in Congo, superata l’ultima delusione inflittale da Erika Mann, era pronta per vivere di nuovo, ma non alla maniera di prima, piuttosto con una nuova consapevolezza di sé: in quel momento sapeva di poter trovare una ragione di vita in se stessa senza andarla a cercare negli altri.
Ma la sorte, se così la vogliamo chiamare, non aveva ancora chiuso i conti con lei, e proprio quando stava per dare una svolta a tutta la sua esistenza, una banale caduta dalla bicicletta l’ha uccisa, ma non subito, bensì dopo mesi di incoscienza durante i quali la madre l’ha tenuta segregata da tutti, condannandola a morire nella stessa solitudine che l’aveva accompagnata per tutta la sua breve vita.
Giunta all’epilogo della storia con la morte della protagonista, è giunto anche il momento nel quale devo necessariamente smettere di parlarne, ma, confesso, non senza fatica, tanto mi sono affezionata a lei.
Una parola sull’autrice: ho trovato la sua narrazione una riuscitissima ed ammirevole opera letteraria. Avrei forse amato e capito Annemarie leggendo di lei in un'altra biografia? L’intensità poetica della narrazione, la passione con la quale la Mazzucco cerca di entrare nella psicologia della protagonista, danno vita ad una biografia che commuove come un romanzo.
Io intanto ho già una lunga lista di libri da trovare per approfondire la conoscenza di Miro, primi fra tutti quelli scritti da lei.
23:01
Scritto da : perdersy
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19/01/2009
“Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno”

Ho iniziato a leggere questo romanzo nella convinzione che avesse un protagonista ben preciso, ovvero “il budda delle periferie” _______ ingannevole fu il titolo ______ ma ben presto mi sono resa conto di quanto fosse vero il contrario, e che stavo leggendo un libro corale dai mille volti e dalle mille sfaccettature, del quale dovevo capire quale fosse il filo conduttore e magari trovarne anche più
di uno, per non perdermi solamente nelle avventure erotiche di Karim ______ il sesso, inutile nasconderlo, è sempre un argomento catalizzatore che può distogliere l’attenzione da altro______, o nell’ideologismo tipico degli anni 70.
“Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno”
Credo che in questa prima frase ci sia il filo conduttore di tutto il romanzo, che è una lunga autobiografica riflessione/denuncia sulla vita degli immigrati in una Inghilterra già multi-etnica e
multiculturale ma non per questo scevra da problemi di inserimento ed accettazione dell’uomo di colore, sia esso immigrato, o frutto dell’unione di due culture. Il romanzo percorre la perdita del senso di appartenenza non solo della prima generazione di immigrati che “la gente … chiamava Sunny Jim”, il termine dispregiativo con il quale venivano indicate le persone di colore, ma anche di coloro che, nati “dall’incrocio di due vecchie culture” come Karim, faticano a trovare una loro identità in un ambiente fortemente dominato dal colonialismo mentale dei bianchi _______ Emblematica è la figura del regista Shadwell che sceglie Karim per la parte di Mowgli nella rappresentazione del “Il libro della giungla”, trasformandolo attraverso il trucco, il costume ed il linguaggio nello stereotipo dell’uomo di colore, il solo culturalmente riconosciuto dall’uomo medio occidentale che divide il mondo in bianchi e neri _________. Nella ricerca della propria identità Karim si lancia in avventure picaresche che lo portano a percorrere una Londra come lui instabile, dalle mille sfaccettature e senza confini precisi, ma nella quale il centro e la periferia rappresentano due stili di vita ben precisi: l’immobilità e la noia la prima, l’avventura e un crogiolo di possibilità la seconda. Come non comprendere la voglia di Karim ad esplorare “le cinquemila stanze, tutte diverse,” di una Londra degli anni 70! Se potessi avere un’altra possibilità seguirei il suo esempio invece di fidanzarmi seriamente a 17 anni!
Questa necessità di esplorazione e nello stesso tempo di trasgressione, hanno fatto la fortuna di quest’opera di Kureishi, che è stato un vero e proprio libro culto per alcune generazioni. E mentre Karim lotta per la costruzione di sé “attraversando” luoghi e persone, veniamo a conoscenza delle più svariate vicende umane, ognuna diversa, ma tutte emblematiche delle inquietudini di quel tempo, ma anche del nostro tempo, nelle quali non è difficile trovare uno spaccato di noi e del nostro vissuto. Per quanto mi riguarda è stato proprio questo che ha reso piacevole la lettura di questo libro, oltre ad una scrittura sciolta, ironica ed umoristica, che mi ha permesso di volare leggera sulla circa 400 pagine dell’edizione Bompiani del 2001.
"Sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato dall’incrocio di due vecchie culture. A me però non importa, sono inglese (non che la circostanza mi riempia di orgoglio), vengo dalla periferia a sud di Londra e sto andando da qualche parte. Forse è stato lo strano miscuglio di continenti e sangue, un pezzo qui e uno là, l’avere un senso di appartenenza e il non averlo, a rendermi una persona irrequieta, che tende ad annoiarsi facilmente. O forse è stato il fatto di essere cresciuto in periferia. Comunque sia, perché risalire a delle cause quando era evidente che ero in cerca di guai? Volevo movimento, cercavo occasione di azione, opportunità di esprimere la mia curiosità sessuale e questo perché l’atmosfera in casa mia era opprimente, tetra e noiosa, e il tutto senza un vero motivo. A essere franco, era una situazione che mi deprimeva così tanto che ero pronto a qualsiasi cosa".
07:07
Scritto da : perdersy
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