28/05/2009

Quando a puzzare erano i nostri nonni e bisnonni...

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Emigranti italiani sul ponte del piroscafo Patricia diretto a New York (dicembre 1906)
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Da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

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"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito  per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".

La relazione così prosegue:  "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e
ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie
rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione,
provengono dal sud dell'Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.  La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

05/05/2009

La cultura della non sofferenza

 

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Sembra impossibile che in una società utilitaristica come la nostra, supertecnologica, e tendenzialmente votata al raggiungimento del bello e del comodo, la cultura della non sofferenza sia ancora un obiettivo da raggiungere. Ovviamente sto parlando dell’Italia, della nostra società, eticamente avvolta in un oscurantismo di tipo medioevale dal quale non riesce a divincolarsi  per i troppi interessi che legano il potere laico a quello religioso ed a quello economico.

Nell’unione europea siamo agli ultimi posti per quanto riguarda l’uso di farmaci oppioidi, scientificamente riconosciuti come l’unico strumento veramente valido per il controllo del dolore in alcune malattie specifiche o nei dolori cronici gravi.

Quando il dolore diventerà patologia e non sarà più solamente il sintomo di una malattia? Quanto occorrerà ancora aspettare affinché le cure oppiacee possano essere alla portata di tutti e facilmente praticabili come già avviene in molte nazioni europee e in molti stati del Nord America e nel Canada? Ogni anno in Italia  ci sono almeno 250.000 persone che con le loro famiglie combattono il dramma del dolore, ed il loro sostegno è affidato alla volontà di singoli che operano su diversi livelli della struttura pubblica, mentre è completamente assente un regolamento nazionale che possa accomunare tutti, senza le inevitabili sperequazioni che attualmente si riscontrano ad esempio tra nord e sud d’Italia, ma anche, ovviamente, tra i diversi ceti sociali. Per l’uso della Cannabis a scopo terapeutico occorre la ricetta non ripetibile del medico curante, poi la richiesta alla Asl la quale a sua volta deve essere autorizzata dal ministero della Salute, con un’attesa che può variare da alcune settimane a dei mesi, ed un anticipo delle spese da parte del paziente. Per alcuni diventa quindi  inevitabile il ricorso al mercato nero con tutti i rischi che ciò può comportare. Eppure è stato ampiamente dimostrato l’utilità della  Cannabis in alcune forme di dolore, come quello dei malati di Aids conclamato, nella sclerosi multipla, nel Parkinson, tanto per citare le più conosciute. Ma i pregiudizi di molti uniti agli interessi economici di pochi, fanno sì che si rendano legali farmaci pesanti che possono avere conseguenze dannose sull’individuo già malato, mentre la marijuana dai sicuri effetti terapeutici viene ancora negata a migliaia di persone che sicuramente ne troverebbero giovamento.

Esemplare è la testimonianza che la psicologa Elena Bentivegna ha rilasciato in un’intervista di Emilio Radice, pubblicata su Repubblica:

 

"Marijuana negata e io devo soffrire per un pregiudizio"

di Emilio Radice

"Per anni ho preso farmaci pesanti, che mi tramortivano. Alcuni sono poi stati tolti dal commercio perché si è scoperto che erano addirittura cancerogeni, o peggio, come il Cronassial, travolto con la storia della mucca pazza. Però per la burocrazia sanitaria tutto era ok, anche se mi avvelenavo. Mentre non andava bene che io, malata di sclerosi multipla, potessi star meglio fumando marijuana. E ancora oggi, in questo paese che si mobilita per la vita di Eluana Englaro, per me riuscire a vivere è un problema. Contro la marijuana, anche se per uso terapeutico, congiura il pregiudizio ideologico". Elena Bentivegna, psicologa, ci parla nella sua casa della campagna romana, piena dei ricordi lasciati dalla madre, la scrittrice Carla Capponi, ma anche punteggiata qua e là da bianche bombole di ossigeno, confezioni di medicine, sedie a rotelle. Sono le testimonianze del suo dramma, accanto a cui c'è l'impegno per vivere la malattia con dignità. Una lotta per sé e per gli altri come lei.

Signora Bentivegna, quando ha scoperto i benefici terapeutici della marijuana? E da quando si batte per il suo uso legale?

 "Che la cannabis mi facesse bene l'ho scoperto da quasi trenta anni. Ero ricoverata a Mosca, nel 1980, dopo aver compreso la gravità della mia malattia. Ma non è che là avessero chissà quali cure miracolose, piuttosto erano bravi nelle terapie collaterali e nella fisioterapia. Nella mia camera c'era anche una libanese che aveva perso le gambe sotto le bombe. E lei fumava in continuazione marijuana. Beh, respirando la sua stessa aria mi sono accorta che non avevo più bisogno dei farmaci contro gli spasmi e i dolori alla schiena. E non dovevo prendere più i sonniferi. La cannabis mi faceva bene. Un neurologo poi mi confermò che sulla marijuana erano in corso test scientifici. Ecco, è da allora che mi batto per il suo uso terapeutico".

Tornata in Italia ha trovato ascolto?

 "E' stata dura e lo è ancora. A trentatre anni avevo diplopia, vomito centrale, depressione ed ero imbottita di cortisone. Riuscii a oppormi all'interferone. Ma soltanto nell'82, in Svizzera, potei fumare di nuovo, e mi sentii subito meglio. Poi ancora uno stop e il progressivo aggravamento del mio stato di salute. Sempre peggio fino a che, nel 2001, finisco in carrozzina e mi riconoscono una invalidità del cento per cento, con diritto di accompagno. È stato allora che la mia neurologa, la dottoressa Ada Franci, del Policlinico Umberto I di Roma, ha chiesto di poter sperimentare la cannabis terapeutica".

 Le hanno dato il nulla osta?

 "All'inizio sì, poi governatore del Lazio diventò Storace e si fermò tutto".

E lei ha continuato la sua battaglia...

 "Per me e per gli altri come me. Abbiamo anche fondato un movimento: il Pic, ovvero Pazienti impazienti cannabis. E una svolta era sembrata esserci con l'arrivo di Livia Turco come ministro della Salute con il governo Prodi. La sperimentazione della cannabis riprese a livello regionale. Ma una notevole discrezionalità venne lasciata ai presidenti delle Asl".

Dunque oggi la cannabis le viene passata dalla Asl?

 "No, oggi posso comprare la cannabis dalla Asl RmG, a cui appartengo, ma la devo pagare uno sproposito: circa 50 euro per 5 grammi di erba importata dall'Olanda. E per portarla via devo avere un nulla osta scritto che sembra un porto d'armi. Per me vuol dire una spesa di 850 euro al mese che non posso sostenere: è come proibirmela. Il prezzo è superiore a quello dello spaccio illegale. Evidentemente - dico io - non gli si vuol fare concorrenza. E intanto sempre a Roma c'è un'altra Asl, la Rm1, che la passa gratis. Dipende, appunto, dai rispettivi presidenti. Tuttavia anche la Rm1 oggi si è fermata, travolta dalle richieste. La Regione ha dato uno stop".

Conclusione?

 "Per concludere: senza erba devo prendere due prozac al giorno per vincere la depressione. E allora mi domando: a chi non si vuol dare noia? Possibile mai che non ci possa essere una produzione italiana, economica, con tutti i controlli di legge? Possibile che per un pregiudizio altri debbano soffrire? E mi viene in mente Eluana Englaro e la presunta difesa della dignità della vita...".

 

E’ vergognosamente lento il progresso della civiltà quando in gioco è solamente l’interesse delle minoranze. Nella metà del XIX° secolo  Paolo Mantegazza inneggiava all’uso delle droghe psicoattive come stile di vita, oggi, dopo circa un secolo e mezzo,  siamo ancora a discutere sul loro uso a scopo terapeutico.

http://libriinviaggio.myblog.it/archive/2008/08/28/novant...

07/12/2008

Per un Natale diverso

Cari amici

In questo clima prenatalizio si fa più che mai urgente la necessità di una presa di coscienza del mondo dei consumi nel quale viviamo e dello spreco che ci circonda, ed al quale siamo talmente abituati da averne fatto un partner indisturbato  della nostra vita.

Se l’attuale crisi economica ci costringerà a mettere in discussione il nostro rapporto amoroso con lo spreco, ricordiamoci che la maggioranza della popolazione mondiale ancora combatte con i bisogni primari della vita umana, eviteremo così di imbronciarci se per il venticinque dicembre non possiamo avere il prodotto tecnologico più in voga del momento o se dobbiamo rinunciare a quella vacanza che avevamo progettato fin dall’inizio dell’anno. Soprattutto ricordatevi dello spreco mentre fate la lista degli irrinunciabili pensierini di natale,  illudendovi ancora una volta che il vostro sforzo, sia in termini di fantasia che di denaro, non andrà a riempire l’ultimo spazio vuoto nell’angolo più riposto di un armadio, per restarsene lì dimenticato per un anno o due,  ed essere  poi trasferito nel cesto dell’immondizia, sia pure nell’apposito contenitore dei rifiuti riciclabili.

Il concetto del “pensierino” ci è stato inculcato dalla  cultura consumistica del post boom economico, propagandata in tutte le salse dai mezzi di comunicazione di massa, ed ha trasformato il 25 dicembre nel più grande business dell’anno.

Ma se per questo Natale volete fare qualcosa di diverso e soprattutto di veramente utile senza rinunciare all’atto del regalo, un mezzo ve lo offre

Save the Children,

la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e promozione dei diritti dei bambini, fondata nel 1919, ed operante in 120 paesi del mondo grazie ad una rete di 28 organizzazioni nazionali coordinate dall’ufficio internazionale  International Save the Children Alliance, Ong (Organizzazione non governativa) con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.

In Italia Save the Children è nata  alla fine del 1998 come Onlus …… Oggi è una Ong riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri. Porta avanti attività e progetti rivolti sia ai bambini dei cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo che alle bambine e ai bambini che vivono sul territorio italiano”

Il progetto Save the Children al quale si può aderire per questo Natale, facendo un regalo veramente utile, si chiama La lista dei desideri, una lista che contiene tante cose utili a migliorare la vita di migliaia di bambini, e che si possono acquistare e donare alle comunità dove lavora l’associazione a nome e per conto della vostra cara mamma, nonna, zia, papà, fratello e sorella, amici e amiche.

La Lista dei Desideri di Save the Children è piena di regali disegnati per aiutare a cambiare le vite di tanti bambini in tutto il mondo. Il regalo che scegli andrà simbolicamente ai tuoi amici, che riceveranno una simpatica cartolina, e concretamente a beneficio dei bambini delle aree in cui Save the Children lavora. Ci sono doni per tutte le tasche e sono tutti regali che possono fare la differenza!”

Ecco alcuni esempi:

Una scorta di Plumpy’nut a 10 € , pillole allo zinco a 18 €, un cesto di cibo formato famiglia a 14 €, filtri per l’acqua a 57 €, un vaccino a 15 €, una zanzariera a 26 €, 6 caprette per una donna capofamiglia a 79 €, una femmina di yak a 142 €.  

Per conoscere gli altri doni e scegliere quello giusto per voi  visitate il sito http://www.desideri.savethechildren.it/default.asp

 “Tutti i regali della Lista dei Desideri sono interventi o oggetti “salvavita”, questo significa che sono davvero indispensabili all’interno dei progetti Save the Children e contribuiscono a migliorare concretamente la vita di molti bambini e delle loro famiglie nei paesi in via di sviluppo. Per compilare questa lista abbiamo chiesto alle persone che lavorano nei nostri progetti sul campo di identificare dei “regali” che avrebbero potuto aiutare i bambini delle comunità nelle quali lavorano. I regali della Lista dei Desideri rappresentano quindi oggetti o interventi che Save the Children realmente utilizza e implementa nei paesi in cui opera.

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Una scorta settimanale di Plumpy’nut  - 10 euro  Il Plumpy’nut® è una speciale barretta al burro di arachidi, a contenuto altamente proteico ed energetico, ideale per bambini gravemente malnutriti. Le barrette, confezionate in carta stagnola, possono essere distribuite direttamente ai bambini nei loro villaggi, non è quindi necessario per le madri viaggiare per miglia per ricevere cibo.

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Vaccino - 15 euro  In tanti paesi del mondo il morbillo mette gravemente a rischio la vita di molti bambini. Il vaccino contro questa malattia costa davvero poco e, se usato su larga scala, potrebbe salvare tantissime vite. Bastano 15 euro per assicurare un vaccino a 100 bambini.

 

 

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Una femmina di yak peloso 143 euro:  Uno yak non sembra il classico regalo di Natale, eppure è in cima alla lista dei desideri di alcuni bambini. Per le famiglie tibetane possedere uno yak significa assicurarsi latte nutriente, lana per vestirsi e un indispensabile aiuto nell'aratura dei campi.

 

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6 caprette per una donna capo famiglia - 79 euro Le capre sono meravigliose perché una mamma, col crescere del gregge, ha la possibilità di arricchire la dieta dei propri figli con il latte, di procurarsi carne da mangiare o, con la loro vendita, reddito necessario per vivere.    

                        

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16/10/2008

Ad oltre un secolo di distanza, la favola di Pinocchio colpisce ancora

 

 

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Coloro che hanno letto la favola del burattino più famoso al mondo,  magari hanno riso di sanissimo gusto quando l'ingenuo Pinocchio, attratto da facili guadagni, si fidò di  due  furbetti incontrati per strada, tal  Gatto e tale Volpe,  e piantò le sue quattro monete d’oro nel campo dei miracoli  del paese dei Barbagianni, in località Acchiappacitrulli. Che stupido di un burattino, solo un vero grullo poteva credere che  4 monete piantate in una buca ed annaffiate a dovere  come fossero semi di fagioli,  potessero  improvvisamente diventare 100, 1000, o anche 2000 zecchini!

Il tempo passa e la società si evolve, ma  i Pinocchi non sono ancora una razza in estinzione, e  tal Gatto e tale Volpe, sotto mentite spoglie, continuano a vagare  indisturbati per le vie del mondo,  scrutando, osservando, intermediando, sempre pronti a scovare ogni Pinocchio in circolazione per  portarlo ancora nel campo dei miracoli, ma non in campagna, no, ora il campo benedetto ha messo l’abito buono e si  è trasferito in piazza, in piazza affari per la precisione, detta anche Borsa, e non si trova più all’aperto, ma in locali chiusi e scintillanti come le monete d’oro che intende moltiplicare, e con i moderni mezzi di comunicazione non è più necessario recarcisi di persona, grazie al miracolo della tecnologia oggi i miracoli avvengono per via telematica.

 

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Le modalità cambiano, i luoghi pure, ma i Pinocchi sono sempre Pinocchi,  amano la favola che li ha generati,  e continuano a mettere   a rischio il loro capitale  più o meno faticosamente guadagnato,  ed i Gatti e la Volpe? Essi si sono organizzati in un corpo scelto, possono vincere o fallire, ma in ogni caso non rischiano nulla se non l’espulsione dal gruppo risarcita con incentivi economici di altissimo rilievo.

 

Lo speculatore non è un investitore. Il suo obiettivo non è di assicurarsi un buon rendimento costante sul suo capitale, ma semplicemente di fare profitti da un' ascesa o da un declino dei prezzi (Jesse Livermore)
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La borsa è un "fenomeno" molto complesso ma prima di ogni aspetto è un fenomeno sociale, in quanto messo in atto da soggetti umani, e quindi va affrontato con metodologia psicosociale (Stefano Calamita )
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..il maggior numero di gente che investe in Borsa non sa che cosa fa... (Gann )
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Quando la merda varrà qualcosa, i poveri nasceranno senza culo (Henry Miller)
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 E' moralmente sbagliato permettere ad un sempliciotto di conservare i propri soldi (WC Fields)  
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 Ottobre: questo è un mese particolarmente pericoloso per investire nelle azioni.
Altri mesi pericolosi sono luglio, gennaio, settembre, aprile, novembre, maggio, marzo, giugno, dicembre, agosto e febbraio.
(Mark Twain)
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Ogni mattina mi sveglio e guardo sul Forbes la lista degli uomini più ricchi d'America. Se non trovo il mio nome vado a lavorare. (Robert Orben)

04/10/2008

Come prendere il potere con la scuola

 

 Il  portavoce nazionale dei Cobas, Piero Bernocchi, commentando il prossimo sciopero generale del 17 ottobre contro la devastante  legge Gelmini, ha detto:

 

''Lo sdegno per l'inqualificabile tentativo con cui si cerca di smantellare l'intera scuola pubblica statale italiana e di ridurre i docenti a meri esecutori di ordini impartiti dall'alto a colpi di decreti imposti d'ufficio e' tale da rendere necessarie mobilitazioni diffuse e momenti di incontro per rendere visibile una battaglia contro provvedimenti che ispirati dall'obiettivo di 'fare cassa', di ripianare il debito pubblico, porteranno alla distruzione, disgregazione, impoverimento e ridicolizzazione della Scuola Pubblica, a tutto vantaggio della scuola privata. Noi saremo in piazza per salvare e migliorare la scuola pubblica''.

 

 

A chi difende la legge Gelmini e considera queste dichiarazioni  semplicemente strumentali, pura dietrologia,  val la pena di ricordare un discorso pronunciato a Roma l’11 febbraio del 1950  da Piero Calamandrei,  giurista, antifascista e padre costituente, durante il  III Congresso in difesa della Scuola nazionale.

 

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Piero Calamandrei
Come prendere il potere con la scuola

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione , non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

pubblicato in:
http://eddyburg.it/article/view/11959/