21/10/2008
Possiamo sentirci liberi di compiere azioni malvagie?

“Sei credente? Non l’avrei mai pensato”
“Credente? In un Dio saggio e benevolo che somiglia a Longfellow dentro una toga? Non direi. Io credo che, forse, ci sia una sorta di dio noncurante che ha fatto sì che un …un atomo primordiale … si espandesse a riempire lo spazio con un’infinità di mondi, più o meno come questo, che un giorno o l’altro si disintegreranno per ridiventare l’atomo primordiale, che allora si espanderà, e così via, all’infinito, in modo che ogni cosa, non solo si ripeta infinitamente nello spazio, ma ritorni anche nel tempo. Tu ed io per esempio”
“Allora se il solo Dio è un dio noncurante, possiamo sentirci liberi di compiere azioni malvagie?”
“La storia della razza umana sembra confermarlo”
“Intendevo tu ed io”
Dialogo fra Edgar Allan Poe e Fanny Osgood
Da “Il Faro alla fine del mondo” di Stephen Marlowe
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17/10/2008
Quelli che ami non muoiono

A cinquant’anni è tempo di bilanci, e a ricordarcelo ora è lo scrittore Mario Fortunato con il suo ultimo libro “Quelli che ami non muoiono”, edito da Bompiani.
Il titolo riprende un verso di Iosif Brodskij poiché, come dice l’autore stesso “le persone che si sono conosciute e amate in qualche modo non muoiono, nel caso specifico soprattutto grazie alla scrittura. La scrittura, fissando la memoria, restituisce una forma di eternità”
E lui di persone da amare e ricordare ne ha conosciute molte, nomi importanti già iscritti nell’olimpo della letteratura, ma proprio per questo amici, compagni di cordata uniti dallo stesso amore per l’arte della scrittura, un amore incondizionato che diventa vita e con essa si confonde fino al punto in cui è difficile capire dove inizia l’una e dove termina l’altra.
“Il libro è nato da un trasloco. Lasciando la casa di Londra e di Roma mi sono accorto di avere accumulato una quantità di nastri registrati, quadernetti di appunti, cartoline straordinarie di persone morte. Essendo vicino ai cinquant'anni, ho deciso di scrivere un racconto, parlare del mio passato e fare un bilancio della vita”
In un libro in bilico tra autobiografia e romanzo, Mario Fortunato ci racconta vent’anni della sua esistenza che sono anche vent’anni di letteratura trascorsi in compagnia di amici come Moravia, Doris Lessing, Pier Vittorio Tondelli, Giulio Einaudi, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Borges, Auster, Bassani, Yehoshua, Ben Jelloun, ed altri ancora, e ce li racconta con una varietà di ricordi e aneddoti che danno alla narrazione la vivacità necessaria per non cadere nella pura apologia, pur senza mancare di partecipazione e intensità emotiva, mentre a scorrere su tutto è la malinconia nostalgica per un mondo che sembra essersi concluso e del quale egli stesso dice:
“c’è stata la scomparsa di un mondo, di un clima culturale, di una civiltà. Sono peggiorati i media, è peggiorato il mondo dell’editoria. Quando lavoravo all’Espresso potevo proporre un’inchiesta sugli scrittori israeliani e andarmene in Israele per un mese. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile, in qualsiasi giornale. C’è stato un cambiamento oggettivo, che personalmente giudico come un peggioramento. Prima c’era l’editoria, poi è arrivato il marketing, un atteggiamento più volgare e superficiale. Ma anche senza esprimere un giudizio di merito, è stato come il crollo del muro di Berlino: un mutamento radicale di scenario. Il problema per me è che mi sono sentito come l’anello mancante di questa catena: avevo un piede nel vecchio mondo e ho, e spero di avere ancora a lungo, l’altro piede in questo nuovo”

Mario Fortunato è uno scrittore che si è fatto da solo, guadagnandosi la stima sul campo; quando nel 2002 il governo Berlusconi cercò di rimuoverlo dalla direzione dell'Istituto italiano di cultura a Londra perché 'comunista e omosessuale', passò forse il momento più brutto della sua vita, ma poi arrivò la lettera aperta degli intellettuali inglesi e italiani che si schierarono in suo favore (Harold Pinter, Doris Lessing, Salman Rushdie, Hanif Kureishi, Ken Loach, Colin Firth, Umberto Eco Michelangelo Antonioni, tanto per citarne alcuni), e allora capì che se : “anche se mi avessero cacciato ero un uomo fortunato”, perché, come gli disse una volta Moravia, tra gli scrittori “non ci sono maestri, ci sono molti fratelli e sorelle”
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09/10/2008
L’importanza di chiamarsi Hemingway

Alla voce Ernest Hemingway Wikipedia ci fornisce una biografia che a scorrerla è impossibile non provare un senso di smarrimento, per non dire di soffocamento, di fronte ad una vita tanto intensa da diventare mitica. E a renderla tale non furono solamente le quattro mogli, la partecipazione ai grandi conflitti che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà del novecento, la pesca d’altura, i famosi safari, e l'intensa produzione letteraria, per renderla leggendaria Hemingway ci mise del suo, utilizzando quella sfrenata fantasia che suo nonno gli riconobbe fin da quando aveva 5 anni, costruendo egli stesso la sua immagine eroica, amplificandola se necessario anche attraverso la menzogna.
Tutto questo ce lo racconta, senza reticenze, ma anche senza cadere nel puro pettegolezzo, Anthony Burgess, l’autore del fortunatissimo Arancia Meccanica, nel suo libro
L’importanza di chiamarsi Hemingway,
scritto nel 1967, tradotto e pubblicato in Italia nel 1983, e oggi riproposto con una nuova veste grafica dalla casa editrice Minimum Fax.
E nulla risparmia Burgess al colosso della letteratura statunitense, dal cinismo alla tracotanza, dal suo amore per l’alcool alle bugie, un’attitudine quest’ultima esercitata fin dall’infanzia e che spesso lo portava ad esagerare spudoratamente i fatti, soprattutto quando raccontava le sue imprese di guerra.
Puro narcisismo, cosa di cui spesso lo accusò la sua terza moglie Martha in un periodo nel quale Hemingway aveva iniziato a farsi chiamare "Papa", oppure un’inconscia necessità letteraria?
Non c’è risposta a questo interrogativo nel libro di Burgess, ma forse la risposta è proprio nell’origine della forza letteraria di Hemingway: la letteratura non deve inventarsi nulla, ma trasporre solamente episodi vissuti in prima persona, questa era la sua regola, e come seguirla sempre con la stessa profondità e intensità se non forgiando egli stesso la propria esistenza fino a farla diventare mito? Forse la risposta è nell’epilogo stesso della sua vita, in quel suo andare incontro alla morte quando la malattia gli aveva tolto sia la possibilità di vivere in pienezza che la facoltà di scrivere, la vera ragione della sua esistenza.
E mentre immagino la scena di quella mattina del 2 luglio del 1961, quando Hemingway si puntò alla testa il fucile ponendo fine alla sua vita, non posso non chiedermi se almeno per un attimo la sua mente rimpianse la morte tante volte sfidata nei migliori anni della sua vita:
« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto... E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »
(Da una lettera ai genitori nel lontano 1918)
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02/10/2008
Gli effetti secondari dei sogni

Nelle classifiche dei libri più venduti spopolano le storie di bambini superdotati; il fenomeno è nato in Francia e ora si sta diffondendo anche nel nostro paese. La strada è stata aperta da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, che in Italia ha già venduto 400mila copie, e ora prosegue con “Gli effetti secondari dei sogni”di Delphine de Vigan, che in Francia è già un caso letterario di degno rispetto, con il premio Goncourt ed il Prix des Libraires 2008 vinti, centomila copie vendute in pochi mesi, ed una critica molto favorevole. La storia racconta di una bambina di dodici anni, Lou Bertignac, che vive in una condizione di estrema solitudine mentale, pur avendo, o forse proprio per questo, un’intelligenza fuori dal comune, essendo cioè una surdoué (QI più alto dei coetanei). Alla sua condizione di estraniamento sia dalla famiglia che dalla scuola supplisce con una curiosità particolare per la vita degli altri, che in breve tempo la porterà a frequentare le stazioni ferroviarie parigine, crocevia di tante storie da leggere nei visi e nei comportamenti della gente. E’ in questo ambiente che conoscerà una ragazza appena più grande di lei, Nolwenn, con un passato difficile ed una vita da barbona. Due ragazze che vivono la stessa condizione di solitudine, anche se in mondi e modi diversi, finiscono presto per riconoscersi e per legarsi in una speciale amicizia carica di speranza.
Con un linguaggio semplice e senza cadute nel sentimentalismo, l’autrice ci regala una storia commovente, capace di suscitare nel lettore il desiderio di cercare Nolwenn per le strade della propria città, e di aiutarla a sfuggire da una vita senza futuro. E cosa c’è di più facile che imbattersi in clochard avvolti nelle loro coperte, ognuno solo con se stesso, ma con un unico comune denominatore : quello sguardo perso nel vuoto che ci intimidisce e ci imbarazza, spingendoci ad andare oltre.
08:29 Scritto da perdersy in Libri e letteratura | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: libri, autori, bibliomania, società, delphine de vigan | OKNOtizie |
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26/09/2008
"M’atterrisce il pensiero che io pure dovrò un giorno lasciare questa terra"

Nel centenario della nascita di Cesare Pavese, tantissime sono le manifestazioni che si svolgeranno fino alla prossima primavera per ricordare non solo lo scrittore ma anche l’uomo.
Personalmente è l’occasione per riprendere tra le mani un libro, Cesare Pavese Vita attraverso le lettere, Einaudi editore, che raccoglie un epistolario di alto valore umano e artistico, forse il libro più intenso che Cesare Pavese abbia mai scritto:
A Mario Sturani, Monza
(Torino, in risposta a una lettera timbrata 23 novembre 1925)
Caro Sturani,
ognuno di noi due è tutto intento a se stesso ed è naturale. Ti scrivo a denti stretti, perché mi convinco sempre più che il tuo ingegno è un’unità forte e cosciente e tutta data al suo ideale, mentr’io mi trovo essere un poetino piccolino, che teme di slargare ben gli occhi in faccia al sole per paura dello spasimo della luce. Proprio così. Tuttavia spero che questo vacillare continuo che è in me, sia in certa parte anche in te e in tutti coloro che vanno un passo fuori del comune. Ma, ti assicuro, il mio male non è più la malinconia consueta, di accademia che tu credevi l’altr’anno (ricordi?): è una lotta di tutti i giorni, di tutte le ore contro l’inerzia, lo sconforto, la paura; è una lotta, un contrasto in cui si va affinando, temprando il mio spirito come un metallo si separa nel fuoco dalla sua ganga e s’indura.
Questa lotta, questa sofferenza che mi è insieme dolorosa e dolcissima mi tien desto, sempre pronto, essa insomma mi trae dall’animo le opere. Molto infatti mi pare di aver fatto e molto, spero, farò ancora.
Ebbene: questa mia trasformazione dalla malinconia accademica al dolore operoso, puoi vantarti di esserne tu in massima parte la causa. Vantarti, dico, poiché, se mai compirò un’opera grande, non dimenticherò che la tua forza mi è stata di grande stimolo.
“Tanto piacere, tu dirai, salutamela!” ma pensa che, quantunque così meschino io sono superbo, e me ne vanto, di me stesso; pensa che nulla mi dà maggior brivido che pensare alla magnifica solitudine dei geni: ora dico, con tutto quest’amore all’opera solitaria, ti piego il capo innanzi e riconosco che mi sei stato maestro.
Urlerei dalla gioia se tu mi scrivessi altrettanto di me.
Lasciando stare i complimenti, le convinzioni, gli zuccherini con cui si parla agli amici e la retorica, con tutta schiettezza ti dico che, secondo me, sei un ingegno potente. Sono tre anni che ho questa convinzione. Ma non credere che ti scriva questo perché tu mi scriva altrettanto: no, trattami il più severamente possibile, ché ciò mi sarà un buon sprone.
Ed eccoci al sodo: è una poesia scritta quest’estate, in mezzo alla natura libera, in un mattino pieno di vita:
M’atterrisce il pensiero che io pure
dovrò un giorno lasciare questa terra
dove i dolori stessi mi son cari
poiché tento di renderli nell’arte.
E più tremo pensando all’agonia,
alla lunga terribile agonia
che forse andrà dinanzi alla mia morte.
Che cosa è mai la vita ai moribondi
che ancor comprendono e si senton lenti,
lenti spirare in una stanza tetra
soli in se stessi? Oh, conoscessi un Dio,
così vorrei pregarlo: “quando il petto
mi si gonfia ricolmo di un’ondata
di poesia ardente e dalle labbra
mi sfuggon rotte parole, che ansioso
m’affanno a collegare in forma d’arte,
quando più riardo e più deliro, oh, allora
mi si schianti una vena accanto al cuore
e soffochi, così, senza un rimpianto”
N.B. Attendo con grande interesse le tue pagine. Noto con mio scorno, che anche qui mantieni una visione sintetica vastissima e che sei sempre d’accordo colle tue idee. Ti prego, poi, unisci un giudizio su questi versi.
C. Pavese
07:42 Scritto da perdersy in Libri e letteratura | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cesare pavese, libri, letteratura, poesia, epistolario | OKNOtizie |
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