06/12/2008

Parlare del sacro significa parlare dell’umano

 

 

Ancora su Caravaggio, in occasione dell’esposizione di Palazzo Marino http://libriinviaggio.myblog.it/archive/2008/12/04/esposi...

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  “ Uomini, uomini, uomini: dal giorno della creazione, una teoria interminabile di corpi, di carne che periva e si rinnovava, che moriva e risorgeva. Su cui dall’alto calava la luce divina, la luce della grazia, capace di redimere anche il peccatore più truce. Così diceva, e così sperava. Chi era più peccatore di lui, chi più di lui meritevole di dannazione? Ci sarebbe mai stata grazia anche per lui?

 

Parlare del sacro, allora, significava parlare dell’umano. Era nella carne dell’uomo che il sacro trovava la propria ragion d’essere, il compimento. Michelangelo aveva dato veste mitica al corpo dell’uomo, ponendolo quasi sullo stesso piano di Dio. Adesso, per arginare l’insensata gara dei manieristi a chi era più michelangiolesco, occorreva riscoprirlo, quel corpo, nella limitatezza e nella grandezza che gli erano propri. Fargli dire la miseria, la fragilità, la sofferenza, ma anche la speranza che accoglieva. Quel corpo capace, attraverso sensi limitatissimi, di arrivare a Dio.

 

C’è di nuovo una cappella ad attenderlo. E’ arrivata un’altra commissione. A dispetto delle stilettate degli Zuccari, è sulla cresta dell’onda. Due dipinti laterali nella cappella dell’Assunta di Tiberio Cerasi, a Santa Maria del Popolo. E’ l’occasione di un confronto diretto proprio con Carracci, cui era stato affidato il dipinto dell’altare: un trionfo di luminosità, colori brillanti, compostezza.

 

La luce è il tarlo che lo rode. Ma la intende in maniera diversa da Carracci. La sua non ha fonti evidenti, visibili. Arriva da qualche punto imprecisato dell’universo e cambia, modifica, trasfigura.”

 

 

Da Tutti i miei peccati sono mortali di Giuliano Capecelatro

 

 

 

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