Con l’amore di una leonessa

 

 Con l'amore di una leonessa.jpgIn questo libro racconto circa dieci anni della mia movimentata vita di moglie al fianco di un guerriero Samburu. Vivo ancora felice in Kenya con Lpetati e  con cinque bambini di cui ora ci occupiamo. Non mi sono mai pentita del mio passo, di aver scelto di vivere in una cultura tanto diversa, lo farei di nuovo. Proprio per questo, attraverso la mia storia non voglio soltanto tessere gli elogi del misterioso mondo dei Samburu e di un paese meraviglioso come il Kenya, ma anche dell’amore. In qualche forma e in qualche modo siamo tutti corresponsabili del fatto che in molti luoghi del pianeta vengono distrutte e si estinguono culture straordinarie come quelle dei Samburu e dei Masai, perché un’epoca razionale, economicamente orientata a senso unico, inghiotte con assoluta insensibilità tante cose meravigliose su questa nostra ancora bella Terra. Dovremmo tutti tornare a riflettere sui veri valori della vita, valori difficili da definire, perché non sono misurabili, sono silenziosi e poco appariscenti, dentro di noi e intorno a noi, eppure sono talmente grandi da nascondere in sé l’autentica felicità. La vita moderna, caotica, nella quale contano soltanto il calendario degli appuntamenti, il denaro, il consumo, la frenesia e la carriera, rappresenta un’offesa per il miracolo ‘vita’ e per il miracolo ‘uomo’. Dai popoli che, con supponenza, riteniamo primitivi possiamo imparare nuovamente ciò che le generazioni che ci hanno preceduto conoscevano bene: semplicemente …vivere!”.    Christina Hachfeld-Tapukai

 

Ho acquistato il libro Con l’amore di una leonessa  perché il connubio storia vera/africa è per me irresistibile; dopo averci dato una sbirciatina non sono più riuscita a lasciarlo: l’ho terminato nel giro di un giorno e posso solo dirvi che mi è risultato estremamente difficile prendere sonno pur essendo arrivata all’ultima pagina che erano circa le due di notte.

Ciò che mi ha affascinato di questa autobiografia  non è certo  una sua qualità formale,  un suo stile letterario o altro che sia insito dell’arte dello scrivere, cosa di cui l’opera è molto deficitaria, ciò che mi ha fatto divorare il libro, a parte l’amore per l’Africa, è il confronto continuo con la libertà mentale di Christina, libertà che si manifesta in mille modi:

penso innanzitutto alla capacità di lasciare un padre ma soprattutto due figli ancora adolescenti per seguire un suo desiderio, senza sentire su di sé nessuna pressione di carattere  morale (e questo circa 20 anni fa), nessuno dei capestri mentali che invece nella nostra cultura impediscono ancora a molte donne perfino di mettere fine ad un matrimonio avvilente, castrante, quando non addirittura violento, penso alla libertà mentale da tutte le comodità e certezza di una vita benestante ben inserita in un preciso contesto borghese che le  ha permesso di integrarsi con una certa disinvoltura in una tribù primitiva dove non solo i concetti di comodità e certezza non hanno ragione di esistere, ma dove persino la stessa sopravvivenza non ha nulla di certo ed è costantemente a rischio;

penso alla libertà mentale  dal bisogno di rapportarsi con un il proprio mondo, il proprio bagaglio culturale, e da ogni tipo di intellettualismo, pur essendo di fatto una persona di una certa levatura culturale.

La domanda è: tutto ciò è stato possibile solamente grazie all’amore per un uomo, oppure molto ha giocato il fascino indiscutibile dell’Africa?

Parlando in una intervista del mal d’Africa  Kuki Gallmann disse che esso dipende dal fatto che l’Africa è nel nostro DNA poiché è proprio lì che il genere umano si è originato: anche se questa teoria oggi è in discussione in quanto recenti ritrovamenti paleontologici sembrano spostare “la nostra nascita”  in Asia, è indubbio che l’Africa riesce a parlaci in modo unico e profondo.

Ad ogni modo la vicenda di  Christina Hachfeld-Tapukai è per me una testimonianza di indicibile bellezza  per tutta l’umanità di cui trasuda, pur nella tragicità di tante situazioni, scritto con la semplicità che richiede una storia che va dritta al cuore. Leggetelo, non credo che ne rimarrete delusi. Le prime pagine vi sembreranno poco promettenti,  ma poi le vicende prenderanno piede, incalzeranno e vi conquisteranno. Almeno questo è ciò che è accaduto a me. C’è chi ha liquidato l’esperienza della Hachfeld  sotto i soli epiteti di egoismo e desiderio di protagonismo. Credo che l’animo umano in generale abbia troppe sfaccettature per poter essere semplicemente etichettato.  

Ho valutato la mia possibile ingenuità  nel confrontarmi con la vita degli altri, ma per quanto mi ci sforzi  non riesco a vedere in questa storia nessun  desiderio di protagonismo, innanzitutto perché  ci viene  raccontata  dopo circa un ventennio dal suo inizio, e dopo che la Hachfeld ha rischiato più volte la vita per cui poteva anche essere morta senza che nessuno, tranne i suoi parenti prossimi e conoscenti, potesse venire a sapere della sua esistenza.

Il desiderio di protagonismo lo posso vedere in chi attraversa l’oceano in barca a remi, in chi fa 7000 km correndo  e in tante altre imprese del genere che grazie agli sponsors riescono ad avere una discreta risonanza nei media, con tanto di subitanea pubblicazione di un libro/diario, ma il caso di Christina mi sembra sinceramente molto diverso.  Credo che effettivamente la spinta a scrivere il libro le sia venuta dal suo amore per l’Africa e per il popolo Samburo, così come sono nati i libri di Kuki Gallmann e La mia Africa della Blixen.   Sicuramente il  mal d’africa di cui ho patito per mesi e mesi  qualche anno fa dopo un viaggio in Namibia  mi porta a priori a vedere le cose sotto una certa angolazione, ma di fatto è solo sotto questo punto di vista che posso riuscire a  comprendere una scelta così radicale e protratta nel tempo, sposata fino al limite della sopravvivenza. 

Molte madri si sono indignate per la facilità con la quale Christina ha lasciato i figli ma secondo me  è proprio questo diverso atteggiamento nei confronti dei legami familiari che è interessante e che mette  a confronto due culture, quella mediterranea e quella del nord Europa. In fondo se ne parla oramai da anni e non dico nulla di nuovo su questo. I figli di Christina l’aiutano a scrivere il libro, credo che ciò significhi qualcosa.

Non è che io mi sia innamorata della persona Hachfeld  a tutto campo, ed in molti episodi  non mi è piaciuta affatto,  ciò che a me interessa in realtà è il confronto con persone che osano ciò che io per paura  non riuscirei mai ad osare, che rinunciano con una certa facilità a ciò che di cui io non riuscirei mai a fare a meno, che riescono a trovare un punto di incontro con persone con le quale io non riuscirei mai ad avere nemmeno un semplice colloquio, per farla breve mi interessa un confronto che metta sotto la lente d’ingrandimento i miei limiti per non perderli mai di vista, per averne coscienza perché solo conoscendoli si può riuscire ad andare oltre, e andare oltre è sempre stata la mia aspirazione.

 

<<Christina Hachfeld-Tapukai è nata ad Hannover. Ha lavorato come giornalista, prima di partire per la prima volta per il Kenya con i suoi due figli, verso la metà degli anni ’80, dopo la morte del primo marito. Oggi Christina vive in un villaggio nei pressi di Maralal con il suo secondo marito, il guerriero Samburu Lpetati, e con cinque bambini africani in affido.>> (http://www.edizionilpuntodincontro.it/index.php?manufacturers_id=388)

Con l’amore di una leonessaultima modifica: 2009-08-09T11:45:06+00:00da perdersy

2 pensieri su “Con l’amore di una leonessa

  1. La natura,quale vera madre nostra,non ha mai smesso di mutarsi.tutto scompare e ricompare,riscompare ancora,e forse puo anche non riapparire.non è l’uomo,e”ancora forse”,non sara mai lui il solo artefice supremo degli eventi.ci trovo poca lucidita razionale nella storia sicuramente intensa e affascinante della signora.la leonessa è stata sicuramente: illuminata,trafitta,folgorata e poi bruciata dentro al rogo della sua passione,nella pace,dentro la sua guerra,ma l’avanzamento delle percezioni dell’uomo e irrefrenabile.piero

  2. cara Alfia,
    niente di più facile (e banale in fondo).
    Vi sono numerose cose che mi affascinano delle donne, e sono quasi tutte cose che non possiedo; ma ve n’è una che apprezzo in sommo grado, ed è una qualità senza appartenenza di genere: l’intelligenza.
    L’intelligenza (e non la mera erudizione) costituisce una specie di esaltatore di sapidità di ciò che sono, per natura, portato ad ammirare nel gentil sesso: lo è a tal punto da conferire una sorta di etichetta di bellezza anche a chi non ho mai visto (non è il caso tuo, perchè hai messo delle tue foto…). Certo non può sostituire completamente le altre caratteristiche muliebri, però l’intelligenza è in grado di conferire un fascino non deperibile anche alle donne più sfortunelle sotto altri aspetti (e non è il caso tuo :) )).
    Tutto qui. Quando fiuto odor di mano femminile in un blog mi fiondo a leggere e se appare, magicamente, quel fascino dell’intelligenza che dicevo, un po’ m’innamoro ;)
    ri-cara Alfia,
    a proposito del libro ti dico ciò (vedi che formalismo): se i nostri cari avi non avessero abbandonato la loro vita da cacciatori-raccoglitori per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento non avremmo la cultura con la quale ci è possibile scrivere libri per criticarla.
    Sono un estimatore sfegatato della cultura umana e del progresso intellettuale. E’ grazie a questo che abbiamo acquisito la sensibilità di proteggere culture e uomini così lontani da noi. In molti casi i raggruppamenti di tipo etnico, così come quelli cosiddetti civilizzati fino a non molto tempo fa (e anche adesso purtroppo), quando incontravano altri gruppi pensavano più ad eliminarli che a difenderli.
    A volte solo perchè li ritenevano (erroneamente) un pericolo per la loro sopravvivenza, o perchè la natura, diciamo così, non civilizzata del loro modo di vedere li ‘costringeva’ ad agire impulsivamente.
    Siamo ancora distanti dall’agire in maniera intelligente nei confronti degli altri, e questo dopo secoli di storia culturale.
    In sostanza non credo nel mito del buon selvaggio, pur volendo difendere queste ultime isole di etnicità.
    Altra cosa è quella che dici tu riguardo alla fuga dalle prigioni sociali e familiari e il fascino dell’esplorazione e della fuga dalla (eh si) sicurezza della civiltà.
    Ma questo è un argomento ottimo per un prossimo post.
    (Ma che formidabile lettrice: se viaggi come leggi hai già fatto il giro del mondo svariate volte!) :) )
    buona serata cara Alfia
    bye

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